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I fondi italiani in crisi di raccolta

L'Anno Zero del risparmio gestito

A un quarto di secolo dalla nascita ancora molti problemi da risolvere

di Enrico Cisnetto - 11 febbraio 2008

Per i fondi comuni siamo all’anno zero. E’ passato esattamente un quarto di secolo dalla loro nascita, voluta dal ministro Andreatta per indirizzare verso il capitale di rischio quel risparmio che costituisce il nostro unico asset nazionale, in un mercato – quello del risparmio gestito – allora popolato da pirati e filibustieri, dove proliferavano i cosiddetti titoli “atipici”, fondi di bottiglia offerti ai risparmiatori come se fossero diamanti. Dopo aver riscosso per anni un lusinghiero successo, i fondi comuni da tempo mostrano un andamento insoddisfacente, visto che il loro patrimonio è cresciuto, nel quinquennio 2002-2006, del 31%, a fronte di una media europea del 76%. Ma quello appena trascorso è senza dubbio stato l’annus horribilis: deflussi per 53 miliardi, a cui si sono aggiunti altri 19,3 nel solo mese di gennaio 2008, forse anche a causa dell’effetto-annuncio dei dati del 2007. Insomma, una vera e propria fuga di massa, che può essere imputata ad una serie ben definita di fattori di crisi, sia endogeni che esogeni. L’Orso che è calato nelle Borse ha di certo influito: basta infatti vedere i dati sui riscatti dell’anno scorso per notare che a finire in negativo sono stati i fondi azionari (-23,6 miliardi), gli obbligazionari (-46,3 miliardi) e i bilanciati (-7,2 miliardi). Poi c’è l’alta concorrenza che negli anni hanno sofferto da polizze index linked e prodotti strutturati. E qui bisognerebbe anche capire se i risparmiatori sono coscienti del fatto che sono più rischiosi dei fondi e molto più remunerativi per chi li vende. Anche la questione fiscale non va dimenticata: l’assurdità di un’aliquota (12,5%) che solo da noi, rispetto al resto d’Europa, si applica sui proventi maturati – e non su quelli effettivamente realizzati – si accompagna al fatto che la tassazione che grava sul reddito d’impresa delle società di gestione è altrove molto inferiore a quella italiana. Ultima ma non meno importante tra le cause della debacle, tutti quei conflitti d’interesse che provengono da una struttura del comparto fondata sulla stretta integrazione tra le fabbriche del prodotto e le reti bancarie, un’anomalia sottolineata anche dal governatore Draghi.

Detto questo, come risollevare un comparto che oggi comunque amministra un patrimonio di quasi 540 miliardi? Di certo è necessaria un’armonizzazione fiscale che consenta perlomeno di competere con l’Europa. Ma ancora più importante è che le società di gestione si affranchino una volta per tutte dagli istituti di credito. E’ il tema della governance e della separatezza: si dovrebbe incidere sul controllo delle società dei fondi comuni allentando la presa delle banche, anche attraverso l’apertura del capitale ad altri soggetti cui attribuire un adeguato potere decisionale, e realizzando una maggiore autonomia nel collocamento dei fondi. E si può pensare anche all’introduzione di elementi di concorrenza nella rete distributiva, per allentare la dipendenza dalle banche. Si parla di una “stretta” di Bankitalia: consiglieri indipendenti nei cda, tetto alla partecipazione delle banche nelle sgr, vincolo alla distribuzione dei prodotti captive. Ben venga. Ripeto, il risparmio è l’unico asso nella manica – soltanto la Germania fa meglio – per cambiare il nostro sistema economico. Evitiamo che i fondi comuni siano l’ennesima opportunità sprecata.

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