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L'agenda non basta

Guai a incoraggiare i nemici di Monti, ma serviva più coraggio sull'Europa e contro il bipolarismo

di Enrico Cisnetto - 04 gennaio 2013

L’agenda non basta. Non c’è bisogno di ricorrere alle argomentazioni – peraltro acute e condivisibili – che ha usato Carlo Galli su Repubblica di ieri, e cioè la riduzione della politica, che invece richiede visione del mondo e amore per la complessità, a mero elenco di “cose da fare”, per dire che la “agenda Monti” non è sufficiente anche per chi, come il sottoscritto, ne sente il bisogno e vorrebbe trovare in essa motivi espliciti di convincimento. Attenzione, sia chiaro: dire che non basta non significa sposare le tesi dei suoi detrattori – di solito dotati di coscienza assai sporca circa la capacità di predisporre programmi politici e poi saperli realizzare – bensì vuol dire sottolinearne in modo costruttivo limiti e manchevolezze.

Ma veniamo al sodo. Ci sono, tra le tante, due questioni dirimenti. Una di natura squisatamente politica, l’altra di contenuto. La prima si riferisce alla mancata evidenziazione, sia nel documento che negli interventi pubblici del Professore, di un disegno strategico nel quale inquadrare l’agenda e la “salita in campo”. Certo, c’è il riferimento alla modernizzazione dell’Italia e al suo ancoraggio all’Europa, ma occorre andare ben al di là. Intanto va resa più coraggiosa, visto che è giusta, la descrizione dell’integrazione Ue. Bene dire che la vogliamo più comunitaria e meno intergovernativa, ma il riferimento all’integrazione politico-istituzionale deve tradursi in una chiara disponibilità a trasferire ad un governo eletto direttamente dai cittadini europei (quelli dell’area euro, non i 27) quote importanti di sovranità, e deve essere nettamente sancita l’intenzione di far prendere al prossimo governo di Roma un’iniziativa in tal senso.

Ma il vero nodo è quello del sistema politico nazionale. Non basta dire: destra e sinistra hanno più poco senso. È vero, ma occorre andare oltre e spiegare che questa destra e questa sinistra – le stesse che ora si presentano per la sesta volta (dal 1994) al giudizio degli italiani – hanno dato vita ad un sistema politico, che abbiamo impropriamente chiamato Seconda Repubblica, del tutto fallimentare. E bisogna avere il coraggio di dire senza ambiguità che il bipolarismo va rimosso non solo perché quello che abbiamo realizzato è una mostruosa caricatura di ciò che dovrebbe essere, ma perché esso è inadatto, se non del tutto incompatibile, con il dna italico. Un paese individualista, frazionista e campanilista come il nostro non è fatto per un sistema politico maggioritario in cui chi vince prende tutto e chi perde fa l’opposizione preparandosi al game successivo. E tanto meno lo è, adatto, in una fase in cui occorre recuperare in poco tempo gli anni, anzi i decenni, perduti e bisogna unire le forze perché quelle favorevoli al cambiamento e alla modernità sono minoritarie e comunque nessuno governa l’Italia con il 51%.

Quindi va esplicitata subito l’intenzione di formare in parlamento una maggioranza che, ancorata al centro – inteso non come punto geometrico dell’equidistanza politica, ma come luogo dell’elaborazione programmatica di governo – raccolga, anche individualmente, sia le forze moderate del centro-destra che quelle riformiste del centro-sinistra. Altrimenti, il rischio è che l’operazione centrista appaia come strumentale – spero di essere determinante al Senato se Pd e Sel vincono alla Camera – e per questo punita dagli elettori. E per evitare tale rischio – il che significa recuperare al voto un gran numero di potenziali astensionisti, ancor oggi oltre il 40% – c’è bisogno di indicare anche una nuova architettura istituzionale. Il che passa attraverso due cose. Primo, un messaggio forte: ci proponiamo di presentare il primo giorno della nuova legislatura una proposta per la convocazione di un’Assemblea Costituente che, lavorando 18 mesi in parallelo con il Parlamento, riscriva le regole del gioco, compresa una nuova legge elettorale che va costituzionalizzata, armonizzandola con il sistema istituzionale prescelto (per entrambe le cose la mia personale proposta è di adottare in toto il sistema tedesco). Secondo: promuovere una radicale ridefinizione del decentramento amministrativo, partendo da un giudizio negativo sull’esito del federalismo fin qui sperimentato, e dal presupposto che non ha senso che un paese di 60 milioni di abitanti e con un territorio sì difficile, ma grande quasi la metà della Francia, possa permettersi il lusso di avere 20 Regioni, 110 Province, 8100 Comuni (di cui il 70% sotto i 5 mila abitanti, raccogliendo solo il 17% della popolazione), un’articolazione dei centri urbani fatta di Comitati di zona, Consigli di quartiere, di delegazione, Municipi, cui si aggiungono migliaia di enti vari di secondo e terzo grado, dalle Comunità montane ai Consorzi di bacino. Il tutto per la modifica cifra, sanità compresa, di 258 miliardi, un terzo esatto della spesa pubblica totale. Ma qui si tratta di riforme strutturali, non di spending review.

A tutto questo va aggiunto un grande progetto, che io definisco liberal-keynesiano, di ricostruzione del nostro sistema economico. Ma non c’è più spazio, lo rimando a venerdì prossimo. Sperando che nel frattempo prevalga la voglia di ascoltare e confrontarsi.

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Terza Repubblica è il quotidiano online fondato e diretto da Enrico Cisnetto nato nel 2005 dall'esperienza di Società Aperta con l'obiettivo di creare uno spazio di commento indipendente e fuori dal coro sul contesto politico-economico del paese.