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Public Policy

Mister agenda digitale

L'agenda del Caio

Rendite di posizione, burocrazia e nebulizzazione di responsabilità sono i veri freni alla svolta digitale del Paese.

di Davide Giacalone - 17 giugno 2013

Francesco Caio fu nominato consulente del governo italiano, nel 2008, per lo sviluppo della banda larga, il digitale delle comunicazioni. Lo era già stato del governo inglese, dove aveva fatto un buon lavoro. Altrettanto buono quello per gli italiani, che consegnò nel maggio del 2009. Diceva, in estrema sintesi, che occorreva mettersi subito al lavoro, fare una società per lo sviluppo della rete e investire fra i 5 e i 10 miliardi in cinque anni. Il suo lavoro finì incagliato fra le beghe ministeriali, già riprodotti anche ora, visto che tre ministri (Carrozza, D’Alia e Zanonato) pare obiettino che la sua nomina non fa che accrescere la frammentazione. In troppi ci misero becco, nessuno il becco di un quattrino. Morale: non se ne fece nulla e lui pubblicò un libro dal titolo significativo “Banda stretta”. Ora è stato nominato “mister agenda digitale”. Auguri. Ma prima che pubblichi un libro intitolato “Diario manuale”, gradisca qualche suggerimento.

Non si faccia prendere in giro con le cabine di regia e i centri di coordinamento, finché esistono amministrazioni diverse, rispondenti a ministeri diversi, con a capo gente che difende la propria esistenza, non si coordina nulla. Non provi a coordinare l’Agenzia digitale, che in un anno manco è riuscita a nascere. O gli danno il potere di fare, o non c’è niente da fare. Per digitalizzare la pubblica amministrazione i punti di partenza devono essere due: a. le decisioni sono centralizzate; b. il cittadino residente, contribuente, malato, scolaro e così via è sempre il medesimo. Ne deriva che l’anagrafe comunale, quella fiscale e quella sanitaria, giusto per limitarsi a tre giganti, devono essere comunicanti, mentre l’identità del cittadino è una sola. Tradotto: con il mio “id” e la mia “pw”, diciamo con il mio codice fiscale?, devo potere accedere a tutto. Facile, elementare, banale. Fin qui impossibile, perché ciascuna amministrazione difende non solo la propria capacità di spesa futura, ma protegge quella passata. Abbatta quei muri e avrà fatto la rivoluzione (guardi quel che si è provato a fare con il servizio “Vivifacile” e avrà un riassunto di opportunità e difficoltà).

Dall’amministrazione sanitaria a quella giudiziaria tutti gli diranno che c’è bisogno di soldi. Non ci caschi, è vero il contrario: si devono tagliare le spese. Il digitale ha senso se serve ad avere di più spendendo meno, in caso contrario è solo acquisto di ferraglia e plastica, buttando via quattrini. Studi la fine che hanno fatto i 3 miliardi spesi per la giustizia e avrà il quadro della situazione.

Gli diranno che i privati non sono disposti a investire, che i soldi devono essere tutti pubblici. Guardi quel che è accaduto e accade con la radio digitale (Dab): i privati seri e sani sono pronti da 15 anni; le reti esistono e gli investimenti sono stati fatti; ma la pubblica amministrazione viola le leggi, crea incertezza del diritto, vanifica gli sforzi e considera da “sperimentare” roba che funziona da lustri in tutto il mondo. La causa? Eccola: il canale pianificato internazionalmente (12 banda Vhf) era occupato dalla televisione Rai, mentre i privati peggiori campano di rendita commerciando in frequenze analogiche. L’ostacolo alla digitalizzazione è lo Stato, insomma.

Digitalizzare il rapporto fra cittadini e amministrazioni pubbliche, fornendo combustibile nucleare alla digitalizzazione di servizi e reti, è concettualmente facile e materialmente veloce. I nemici sono la rendita di posizione, l’inerzia burocratica, la nebulizzazione delle responsabilità e la spesa che ancora nutre l’arretratezza. Caio è bravo. Non abbocchi ai dieci mesi che gli assegnano, talché alla fine non troverà più chi glieli ha assegnati. Li fulmini in uno. Si può fare.

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