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Public Policy

I rischi sottovalutati del Medio Oriente

L'Afghanistan e il Libano

I fatti dell'attualità ci portano a dimenticare rischi invece ancora vivi

di Davide Giacalone - 26 novembre 2007

I militari italiani in Afghanistan hanno subito un attacco, portato da un fanatico suicida. Della persona sospetta sono stati avvertiti dalla popolazione locale, accanto al nostro morto ce ne sono altri, bambini, che gironzolavano attorno ai militari impegnati nella costruzione di un ponte. L’evento luttuoso, insomma, ha la dinamica di una realtà in cui militari e popolazione civile sono da una parte, assassini talebani da quell’altra. In una situazione di questo tipo la missione militare ha una sola cosa da fare: intensificare gli sforzi per battere i talebani. La “riflessione politica”, di cui ha parlato Romano Prodi, ha ragion d’essere, dunque, solo alla luce delle nostre condizioni interne, con una sinistra radicale che non ha perso l’occasione per ribadire l’opportunità di ritirare le truppe. In fondo: che quei bambini se la vedano da soli, con i rincoglioniti fondamentalisti della religione assassina. Per carità, una bella “riflessione politica” ci sta sempre bene, magari anche per ragionare su quel che sta succedendo in Pakistan, ma se proprio si vuole esercitarsi nei dubbi sulle nostre missioni all’estero il primo posto nella lista spetta a quella in Libano. E’ lì che noi siamo andati per adempiere ad un mandato Onu, che prevedeva il disarmo di Hezbollah, ed è lì che le cose vanno male, con i fondamentalisti costantemente riforniti di armi e logistica da iraniani e siriani. Al momento non succede nulla, ma le truppe italiane si trovano in mezzo al riarmo di Hazbollah, alla determinazione d’Israele di non soccombere alle minacce, ed alla progressiva distruzione del Libano, che i siriani non hanno mai smesso di considerare roba loro. Al momento non si registrano incidenti, non abbiamo portato a casa delle bare, ma neanche abbiamo riportato alcun successo, né ci siamo resi significativamente utili. Siamo lì, fermi, in attesa di eventi che non dipendono da noi. Daniele Paladini, morto a pochi chilometri da Kabul, sarà ricordato come un uomo buono, un buon militare, caduto in una buona missione. Il rischio che corriamo in Libano è che la migliore cosa che ci possa capitare sia di non essere ricordati.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario