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Ungheria: i fatti di allora e i ricordi di oggi

Lacrime o portafoglio di coccodrillo?

Un Paese incapace di confrontarsi con la storia. Un passato celebrato in modo distorto

di Davide Giacalone - 26 ottobre 2006

Mi sono stufato di leggere falsi e cretinerie sui fatti d’Ungheria, mi sono stufato di vivere un dibattito politico la cui memoria storica è inquinata e la cui etica inesistente. Ma, prima di tutto, mi sono stufato di sentire il piagnucolio falso ed indecente di quanti hanno costruito la loro carriera politica e le loro presenti fortune grazie ai soldi sporchi di sangue, grazie ai dollari che ricevevano dalla medesima dittatura che schiacciò sotto ai cingoli il grido di libertà ungherese. Basta. La pessima rappresentazione pubblica cui assistiamo è il segno che l’Italia è forse l’unico Paese europeo incapace di misurarsi con la storia, incapace di fare i conti con il fu impero comunista.
Ha cominciato il Presidente della Repubblica, già autore di memorie reticenti ed omertose, riconoscendo, bontà sua, che “Nenni aveva ragione”. No, il fatto è che avevano ragione tutti, tranne i comunisti che appoggiarono i carri armati. Poi è arrivato D’Alema, lamentando che alla cerimonia di Budapest non ci fosse il popolo, ma dimenticando che il popolo ungherese non perdonerà mai chi intinse la penna ed inzuppò il pane nel suo sangue, chi non bruciò di vergogna mentre le fiamme divoravano Jan Palach, eroico resistente agli stessi carri armati, quella volta entrati a massacrare Praga. E non vuole mancare Bertinotti, che con aria contrita riconosce l’errore dell’Unione Sovietica. Ma i compagni di coalizione di Bertinotti, i comunisti del pci, che sono le stesse identiche persone oggi alla testa dei ds, presero soldi sovietici fino al 1991. Trentacinque anni dopo i fatti d’Ungheria ancora si facevano mantenere dalla stessa mano assassina. Queste non sono neanche lacrime, è un portafoglio di coccodrillo. I signori Napolitano, D’Alema, Bertinotti e compagnia comunisteggiante si mettano tranquilli, quel che fu il comunismo (quel che è nelle isole dove ancora resiste) è chiarissimo a chiunque non sia corrotto nell’animo, loro, piuttosto, ci parlino dei loro errori, di quelli che hanno commesso in prima persona, con i loro nomi ed il loro cognomi. Ci parlino del loro mondo, non di quello dei compagni russi, perché non abbiamo nessuna intenzione di leggere sul Pansa dei prossimi trenta anni quel che sappiamo già. Ci parlino di quel che hanno fatto loro. O tacciano, che è pure meglio.

www.davidegiacalone.it

Pubblicato su Libero del 26 ottobre 2006

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario