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Il Papa dimissionario

L'abdicazione

Deve aver capito che per vincere nella storia doveva uscire dalla storia, tornando alla materia dove domina.

di Davide Giacalone - 12 febbraio 2013

Ammirazione, rispetto, costernazione. C’è di tutto nelle reazioni ufficiali alle dimissioni di Joseph Ratzinger dal trono di Pietro, ma non molta sincerità. Benedetto XVI non è il primo Papa ad abdicare. Oggi si dice “dimettersi” o “lasciare”, quasi che l’uso del verbo possa cambiare la realtà del fatto: si tratta di un monarca il cui potere è assoluto. Chi lo fece prima di lui, però, visse circostanze in cui prevalevano o la carcerazione e l’esilio, talché non gli era materialmente possibile sedere al suo posto, oppure la decadenza e la corruzione, sicché quella carica poteva essere oggetto di simoniaci commerci. L’abbandono per ragioni di salute, o senilità, non ha precedenti, se non quello vicinissimo e che depone in senso esattamente opposto: Giovanni Paolo II.

Ma Ratzinger è troppo profondo cultore di quel trono per non avere previsto qualche scivolone nelle interpretazioni, quindi ha messo due volte le mani avanti: nel 2010, sostenendo che il Papa non solo può, ma forse deve lasciare nel momento in cui non sia più in grado di proseguire “fisicamente, psicologicamente, mentalmente” la sua missione; poi proprio ieri, specificando che “lascio per l’età avanzata e per il bene della Chiesa”. Quindi: si può abdicare ove si constati l’impossibilità di andare avanti, anche senza impedimenti fisici, purché prevalga il bene ecclesiastico. Il resto è contorno. Credo non si capisca nulla di questo pontificato, e di come si conclude, se non si fa una doppia operazione, apparentemente contraddittoria: collocarlo nella storia e considerarlo continuatore di una tradizione millenaria, che sfida la storia. Karol Wojtyla fu un possente protagonista del tempo. Un combattente nella trincea della guerra fredda. Un vincitore, da Pontefice e da polacco, che poté vedere il crollo dell’impero sovietico, negante il diritto a praticare la fede. Un argine, nel contrastare le derive politiche della Chiesa, specie in America Latina. Un leader capace di espandersi verso nuove terre. Cambiò il modo d’intendere il papato, ma si lasciò molti problemi alle spalle. Macerie che l’allora capo del Santo Uffizio, poi divenuto Papa, avrebbe dovuto sistemare. Compito assai arduo, anche se quelli che noi chiamiamo “scandali”, sia in campo sessuale che finanziario, non sono materie inedite, nella storia del Vaticano. Il punto non sono gli “scandali”, ma quel che celano e quel che li genera.

Giovanni Paolo II fece passi decisi verso la convivenza e il reciproco riconoscimento di fedi diverse, anche in questo figlio e protagonista del suo tempo. Il futuro Benedetto XVI non approvava, essendogli chiaro che perdere specificità e diversità era come perdere identità. Il secolo lo ha pugnalato: nella volgare banalizzazione l’islam è accostato alla violenza suicida, la cristianità alle violenze sessuali. Papa Benedetto ha saputo reagire, ma la rivendicazione del valore culturale della fede lo ha portato su un terreno sdrucciolevole, nel quale si finisce con il rivendicare la diversa (quindi superiore, per dirla senza ipocrisie) civilizzazione. Sostenere, come egli fece, che democrazia e laicità sono figlie della cristianità è esercizio che porta a considerare la cristianità superiore agli altri monoteismi. Il che è fin troppo ovvio, visto con gli occhi della Chiesa. Ma terribilmente difforme dall’abitudine alle banalità del religiosamente corretto.

Sul core business, sulle questioni di fede, Benedetto non teme rivali. E’ sul collateral business che il suo passo è stato meno sicuro. Un Wojtyla poté gestire Marcinkus, per poi licenziarlo, perché non aveva dubbi sul ruolo da giocarsi nella storia. Un Ratzinger fa più fatica a reggere il confinamento del proprio Stato nella black list, fino al blocco dei pos per le carte di credito, appena oltre le mura leonine. Cambiò i vertici dello Ior, ma non il corso delle cose. Un Wojtyla supera di slancio la guerra interna alle guardie svizzere e ripone fra le questioni umanitarie due rapimenti. Un Ratzinger si ritrova aggredito non negli uffici della segreteria di Stato, dove non c’è più Agostino Casaroli a seguire una politica diversa da quella del Papa, ma direttamente nella propria stanza, con il maggiordomo forse raggirato, poi condannato, infine graziato. Deve aver capito che per vincere nella storia doveva uscire dalla storia, tornando alla materia dove domina. Lui, che recuperò il camauro, è stato definito, nell’esplosione di dichiarazioni post abdicazione, un innovatore. Forse è bene riflettere senza fretta, prima di dire scemenze su chi guida un’istituzione che vive nel tempo, ma punta a quel che è fuori dal tempo.

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