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Public Policy

Il Governo costretto a scelte impopolari

La via imposta da Bruxelles

Pareggiare il bilancio con le grandi riforme strutturali

di Enrico Cisnetto - 27 aprile 2011

Il governo dovrà definire già a settembre i termini della manovra correttiva necessaria per conseguire il pareggio di bilancio nel 2014 e rispettare la nuova regola europea di riduzione annua del debito che scatterà nel 2015. La previsione del Tesoro, indicata nel Def, parla di una correzione da 2,3 punti di pil nel biennio 2013 e 2014, pari a 35,4 miliardi (considerato che attualmente il prodotto interno lordo, in valore assoluto, supera i 1.540 miliardi).

La Banca d’Italia l’ha definita credibile, oltre che opportuna. E suppone che si faccia in due anni (1,2% il primo e 1,1% il secondo). La Corte dei Conti suggerisce una cifra più rotonda: 39-40 miliardi. E così anche Confindustria, che peraltro ricorda non senza polemica come questa cifra vada aggiunta ai 25 miliardi della manovra varata nell’estate del 2010.

Giustamente il ministro Tremonti, in un’audizione parlamentare, è stato prudente, ricordando che la Ue chiede a tutti gli stati membri un aggiustamento strutturale (cioè senza considerare eventuali una tantum e al netto dell’andamento del ciclo economico) di almeno lo 0,5% l’anno – ma sappiamo che Bruxelles indica lo 0,8% per i paesi più indebitati – e che comunque “tutto dipende da come andrà l’economia nel prossimo biennio”.

Sia come sia, di certo c’è che proprio mentre il confronto (ma sarebbe meglio dire scontro) interno alla maggioranza di governo si articola sulla politica di contenimento della spesa voluta e tenacemente difesa dal Tesoro – fino al punto di portare Tremonti a minacciare le dimissioni – emerge il bisogno di trovare tanti soldi, diciamo tra 30 e 40 miliardi, per conseguire ulteriori risparmi e tornare ad avere un avanzo primario (più entrate che uscite, al netto della spesa per interessi, peraltro destinata ad aumentare per via dei tassi in rialzo).

Ora, per quanto si possa riservare il grosso di questo intervento correttivo per la parte finale del tempo a disposizione, è del tutto evidente che il problema politico che l’operazione “pareggio di bilancio” comporta, si presenterà fin da subito. E, viste le premesse, neppure a settembre quando si dovrà spiegare all’Europa le nostre intenzioni, ma a maggio dopo le elezioni amministrative, quando anche alla luce dei risultati di alcuni grandi città, Milano in testa, si dovranno fare i conti con una situazione politica che definire caotica è dir poco. E sarà un vero redde rationem.

D’altra parte, è illogico pensare che se le intenzioni sono quelle di portare a compimento la legislatura, si concentrino i tagli “lacrime e sangue” proprio a ridosso delle elezioni. Dunque, o la scelta sarà di andare alle urne in ottobre o al massimo in marzo, lasciando quindi alla nuova legislatura l’ingrato compito di completare l’opera di risanamento, oppure bisognerà anticipare la manovra.

E scegliere come farla sarà un problema drammatico, considerato che la strada dell’aumento delle tasse è preclusa e quella del taglio delle spese ha già suscitato contrasti interni micidiali per alcune cose (vedi infrastrutture e cultura) e concesso diritti di veto difficilmente smontabili (quello della Lega sull’abolizione delle province, per esempio). Una situazione che avrebbe un sola via d’uscita: le grandi riforme strutturali. Ma se c’è qualcuno che ci crede, alzi la mano.

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