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L'editoriale di Società Aperta

La vera partita del governo

Meglio l'Assemblea Costituente, ma anche la Convenzione va bene. Purché si faccia davvero, lasciando fuori i parlamentari

di Enrico Cisnetto - 04 maggio 2013

Per il governo Letta la partita decisiva non sarà, come tutti credono, quella che lo contrappone all’emergenza economica, bensì quella delle riforme istituzionali. Per carità, fronteggiare la recessione e ritrovare la strada dello sviluppo, evitando nel contempo di compromettere il risanamento finanziario, è una sfida importante che tra l’altro incrocia la grande questione delle scelte europee e dunque della tenuta dell’eurosistema. Ma su questo siamo pronti a mettere la mano sul fuoco: Letta se la saprà cavare bene. Ma, attenzione, per quanto possa fare, la qualità della pagella, la durata e il futuro, Letta se lo gioca – e con lui il Paese – sulla capacità di evitare che questa sia l’ennesima transizione dentro la Seconda Repubblica e aprire effettivamente la stagione della Terza. Altrimenti, anche se avrà la recessione alle spalle, l’Italia rimarrà nel pantano della sua eterna emergenza politico-istituzionale, dalla quale uscirne è la prima e vera premessa per mettere basi solide ad una nuova e duratura fase di crescita economica e sociale. Ricordiamoci che la Napolitano-bis è una presidenza della Repubblica di tipo eccezionale e che questo è un governo nato in condizioni di emergenza istituzionale. Dunque, è solo creando le premesse per un superamento di queste condizioni così particolari che il governo Letta potrà lasciare il segno del suo passaggio.

D’altra parte, l’Italia per ritrovare la perduta capacità di prendere decisioni, ha bisogno di una nuova architettura istituzionale. A questo fine, noi di Società Aperta, da più di un decennio, abbiamo proposto di convocare un’Assemblea Costituente, eletta direttamente dai cittadini e con pieni poteri. Fin qui sono state opposte a questa idea diverse obiezioni: da quella più comune – le Costituzioni si redigono dopo una guerra – a quella sussurrata del “gli italiani voterebbero chissà chi”. Inoltre lo scontro furioso tra contemplatori della Carta (“è la migliore del mondo, blasfemo toccarla”) e detrattori a 360 gradi (“è figlia del compromesso catto-comunista, va buttata”), ha paralizzato chi, come noi, ritiene che vada chiusa la forbice, diventata sempre più larga con il trascorrere della stagione del bipolarismo armato, che vede divaricata la Costituzione formale da quella materiale.

Ora, a quanto sembra, le riserve sono cadute o stanno cadendo. E le residue opposizioni, dal frustrato Rodotà alla banda Travaglio-Zagrebelski, dovrebbero rafforzare nei più la convinzione che trattasi della strada giusta. La discussione, però, si è spostata sullo strumento da usare. Società Aperta rimane dell’idea che l’Assemblea sia quello più giusto. Ma è troppo importante l’obiettivo per inciampare sulle modalità. Se ha da essere Convenzione – cioè, se abbiamo capito bene, una via di mezzo tra la commissione parlamentare e l’Assemblea eletta dai cittadini – che Convenzione sia. Basta che si faccia, presto e bene. E qui ha ragione Luciano Violante: le precedenti commissioni per le riforme costituzionali, le cosiddette “bicamerali”, non hanno avuto esiti positivi perché sono state danneggiate dalle tensioni politiche quotidiane. Perciò è opportuno che la Convenzione proposta da Letta e inserita nel suo programma di governo, sia comunque posta fuori dal Parlamento e quindi il più possibile sottratta alla conflittualità tra i partiti. Per questo devono farne parte, in un numero tra 70 e 100, solo ed esclusivamente non parlamentari. Anche politici, oltre ad esperti e rappresentanti delle diverse articolazioni della società, ma non membri dell’attuale parlamento (salvo si dimettano preventivamente). Tanto la Convenzione potrà essere solo redigente, non deliberante, e quindi al Parlamento toccherà comunque il compito di votare le singole proposte di modifica della Carta costituzionale.

Quanto ai tempi, i 18 mesi indicati da Letta dovrebbero comprendere anche la fase di preparazione e avvio – bene l’idea di un atto di indirizzo firmato dai presidenti delle Camere che consenta l’immediata messa in moto, mentre in parallelo viene avviato l’iter della legge costituzionale che le assegna i poteri – per cui i lavori dovranno terminare entro e non oltre ottobre 2014. Sulla presidenza, avendo escluso i parlamentari – e quindi anche Berlusconi, che si è già autocandidato facendo assai danno – non restano che alcuni nomi autorevoli (lo stesso Violante, Amato, D’Alema, Onida, Gallo, Capotosti, ecc.), ma la cosa migliore è che ad indicarlo sia il Capo dello Stato.

Circa le scelte da fare, è bene che in questa fase chi ha a cuore la nascita della Convenzione, eviti di entrare troppo nel merito per non dividere il fronte dei favorevoli. Poi, una volta che sarà certa, ciascuno dirà la sua. Qui, ora, vale la pena di accennare ad un principio e alla sua più immediata conseguenza: gli assetti costituzionali di un Paese devono rispondere ad una logica di coerenza e razionalità complessiva. Per cui, nel riscrivere le regole del gioco, va compresa in esse, costituzionalizzandola, anche una nuova legge elettorale, armonizzata con il sistema istituzionale prescelto. Per entrambe le cose l’indicazione di Società Aperta è da sempre quella di adottare in toto il sistema tedesco, ma sappiamo che anche il sistema francese avrebbe una sua logica: l’importante è che nello scegliere ci sia piena coerenza.

Il secondo obiettivo che fin d’ora si deve indicare come prioritario è quello di promuovere una radicale ridefinizione del decentramento amministrativo, partendo dal presupposto che non ha senso che un paese di 60 milioni di abitanti e con un territorio sì difficile, ma grande quasi la metà della Francia, possa permettersi il lusso di avere 20 Regioni, 110 Province, 8100 Comuni (di cui il 70% sotto i 5 mila abitanti, raccogliendo solo il 17% della popolazione), un’articolazione dei centri urbani fatta di Comitati di zona, Consigli di quartiere, di delegazione, Municipi, cui si aggiungono migliaia di enti vari di secondo e terzo grado, dalle Comunità montane ai Consorzi di bacino. Qui non si tratta di fare spending review, magari orizzontale, ma di una riforma strutturale del potere delle autonomie locali e del loro rapporto con lo Stato centrale.

Caro Letta, sulla Convenzione batti subito un colpo. E che sia quello decisivo e definitivo. Società Aperta non potrà che essere al tuo fianco.

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chi siamo

Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario