ultimora
Public Policy

Il problema della rappresentanza sindacale

La vera natura dei sindacati

Gli scioperi servono a protestare. Non a dimostrare che esistono

di Davide Giacalone - 02 marzo 2009

Prima di assistere all’ennesimo scontro, forsennato ma sul nulla, è bene, a proposito di scioperi, fissare tre paletti: a. i sindacati non rappresentano i lavoratori, visto che gli iscritti sono in maggioranza pensionati e presso la popolazione attiva si aggirano attorno al 25%, presi prevalentemente nel settore pubblico (se ragionassimo in termini di Pil, ci sarebbe da ridere), b. i lavoratori iscritti sono pochi, ma i sindacati sono tantissimi, e si fanno concorrenza fra di loro proclamando scioperi e proteste varie, non a caso demenzialmente contabilizzate per migliaia annue; c. i cittadini non sanno mai perché si proclamano gli scioperi, né gliene importa granché, subiscono il rito e ne pagano i danni.

Per capire se il governo ha imboccato la strada giusta si devono tenere fermi due principi costituzionali: 1. l’organizzazione sindacale è libera (articolo 39); 2. i lavoratori hanno diritto di scioperare (40). Siccome tale diritto deve essere regolato dalla legge, l’intervento governativo è legittimo, oltre che doveroso. Ma non chiarissimo. Per esempio: gli scioperi devono essere proclamati da chi ha almeno il 50% della rappresentanza. Letta così, è come dire: nessuno. Per “rappresentanza”, però, s’intende non i lavoratori iscritti, ma una quota fra questi. Insomma: chi ha la metà di una minoranza. Non è bello, anche perché sembra studiato per dare una mano ai grossi, anzi, li si spinge a star fra loro appiccicati.

Il problema vero è che i lavoratori non sono rappresentati. Pertanto, ho una proposta, che non si limita ai soli trasporti: applichiamo la Costituzione. Così voglio vedere la sinistra cosa s’inventa. Applichiamola dove dice (39) che i sindacati devono essere registrati e che per esserlo devono avere un ordinamento democratico e trasparente. Da noi sono monarchie burocratiche, finanziate in assenza di bilanci leggibili, con iscritti non verificabili, governate da autocrati che terminano la carriera prendendo la pensione da parlamentari. E marameo a tutti gli altri. Si fece anche un referendum sul loro finanziamento, poi aggirato con la complicità di Confindustria.

Vedrete che, una volta affrontato, seriamente, il problema della rappresentanza, anche la conflittualità diminuirà e gli scioperi serviranno a protestare, non a dimostrare d’esistere.

Pubblicato su Libero di domenica 1 marzo

Social feed




documenti

Test

chi siamo

Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario