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Quattro motivi per accoglierla

La Turchia entri in Europa

L'ennesimo rinvio a data da destinarsi non giova né a loro né a noi

di Enrico Cisnetto - 17 dicembre 2007

Un grave errore. L’ennesimo rinvio a data da destinarsi, a oltre due anni dall’apertura delle trattative, del via libera all’ingresso della Turchia nell’Unione Europea è un errore strategico che penalizza molto di più l’Europa di quanto non faccia con la Turchia stessa. Ci sono almeno quattro buone ragioni, infatti, per consentire che il paese oggi guidato da Erdogan diventi il 28mo stato membro della Ue. Il primo è di natura geopolitica, e va ben oltre lo stretto interesse continentale. La Turchia è oggi l’unico esperimento di paese islamico di stampo occidentale, caratteristica che corrisponde perfettamente alla sua posizione geografica di porta che collega Occidente e Oriente: non “sfruttare” questa condizione così particolare per consentire all’Europa di dotarsi finalmente di una politica nei confronti del mondo islamico, sarebbe esiziale.

La Turchia è sempre di più un punto di riferimento del miliardo e mezzo di musulmani che ci sono nel mondo, farla entrare nel club Ue significherebbe consentirle di assumere la leadership della componente moderata, aiutando quest’ultima a prevalere nei confronti di quella che parteggia per il terrorismo o comunque non se ne dissocia. Non serve evocare, deprecandolo, il pericolo islamico, se non si mettono in campo politiche adeguate a combatterlo. E se poi avesse ragione Sergio Romano quando dice che la Turchia meno assoggettata agli Stati Uniti e a Israele ma pur sempre nella Nato come è stato negli ultimi tempi ha un ruolo ancora più strategico per risolvere la questione mediorientale e il problema Iraq, e più in generale per stabilizzare il Mediterraneo, allora il ritardo di Bruxelles nell’accogliere Ankara – figlio dell’ostracismo francese e dell’agnosticismo tedesco – assumerebbe un carattere ancor più masochistico.

La seconda ragione per dire sì alla Turchia in Europa è quella di evitare che Ankara si stanchi e guardi altrove. Vederla alleata sul piano politico-militare con la Russia ora che Putin ha rinverdite le antiche tendenze imperialiste, o risucchiata da altri paesi islamici verso posizioni integraliste, non sarebbe un gran guadagno. E questo solo per la crisi diplomatica con Cipro, paese di cui avremmo potuto fare volentieri a meno nella Ue, o per la vecchia questione armena ormai lontana nel tempo, o infine per la più recente ma anche più controversa questione curda (una parte di quella minoranza appoggia il partito di Erdogan)? Troppo poco, visto la pericolosità del rovescio della medaglia. Anche perchè se la Turchia non fosse accolta in seno alla Ue – e qui siamo al terzo buon motivo per farlo – non sappiamo quale strada prenderebbe il loro cammino verso un pieno e consolidato regime democratico e laico. La disillusione, già ora palpabile nell’opinione pubblica turca (in poco tempo i favorevoli all’ingresso nella Ue sono scesi dal 75% al 50%), rischierebbe di provocare una pericolosa involuzione sia sul fronte dello stato di diritto (i militari sono in agguato, temono in molti) sia sul fronte religioso. Evitarlo, da parte di noi europei, sarebbe una mossa una volta tanto lungimirante. Infine, c’è una ragione di carattere economico che dovrebbe far scattare la luce verde all’integrazione di Ankara. La Turchia, negli ultimi quattro anni, ha ottenuto risultati strabilianti, in taluni casi tali da far arrossire le gote di noi italiani. L’elenco delle performance è tanto interessante quanto impressionante. Dopo aver subito nel 2000-2001 la crisi economica più grave dell’ultimo secolo – con una recessione del 9%, un debito altissimo tanto da far entrare in zona rossa il rischio-paese, e un’inflazione che ha toccato punte del 70% - la Turchia dal 2002 ha inserito il turbo: il pil è aumentato del 300%, da 181 miliardi di dollari a 489 quest’anno e 520 previsti per il prossimo; il pil pro-capite è passato da 2600 a 6600 dollari (oltre 7 mila nel 2008); l’inflazione è scesa all’8,4% (l’idea è di dimezzarla ulteriormente), la disoccupazione al 9,2%. E tutto questo si è realizzato non a carico dei conti pubblici, che rispetto assai meglio dei nostri i parametri di Maastricht: 40% il debito-pil (più che dimezzato in 5 anni), 2% il deficit-pil. Se a ciò si aggiunge che il paese è giovane (età media 29 anni, il 65% delle popolazione è sotto i 34 anni), che il 70% delle riserve petrolifere mondiali sono immediatamente a est e a sud della Turchia facendone un corridoio e un terminale di energia unico, e che gli investimenti internazionali arrivano come se piovesse (l’Italia è il terzo partner commerciale della Turchia con oltre 14 miliardi di dollari di interscambio), si capisce perchè oggi la Turchia è insieme a Cina, India e Brasile un paese di cui non si può fare a meno. Cosa aspettiamo a prenderne atto?

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario