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Public Policy

Quale futuro dopo Monti?

La triade

Alfano Bersani e Casini devono trovare il modo di realizzare un'intesa

di Enrico Cisnetto - 26 novembre 2011

Due obiettivi, si è detto. Il primo portare il Paese fuori dalla drammatica emergenza finanziaria in cui è piombata, il secondo creare le condizioni perché si metta mano al vero default nazionale, il fallimento del sistema politico. È questo che il governo Monti è chiamato a fare. Finora tutte le attenzioni si sono concentrate sull’obiettivo più immediato. Un fronte che nel frattempo è diventato decisamente più europeo, come dimostrano lo spread francese a quota 200, quello spagnolo tornato a pari del nostro, quello belga sui 300 punti, ma soprattutto il parziale fallimento di un’asta di bund tedeschi (seppure per eccesso di contrazione dei rendimenti). Non che la manovra d’emergenza e le riforme strutturali cui Monti è stato chiamato a metter mano siano rinviabili, ma è evidente che in questa fase il ritorno dell’Italia al tavolo delle decisioni (si spera) europee – che le scene dell’incontro di giovedì con Merkel e Sarkozy hanno immortalato – rappresenta il massimo risultato che ci potesse attendere. Ed è opportuno che il governo vari i suoi piani dopo aver capito cosa vogliono gli altri due paesi maggiori del club dell’euro e aver con loro trattato una soluzione che sia contemporaneamente non punitiva per l’Italia e risolutiva per la sopravvivenza dell’eurosistema. Certo, è legittimo sostenere che su Finmeccanica piuttosto che per la pratica dei sottosegretari una maggiore celerità e un piglio più decisionista non guasterebbero – anche se il fatto che molti tra quelli impegnati ad ammonire non hanno per nulla le carte in regola, toglie credibilità a queste critiche – ma nel contesto sono dettagli.

Piuttosto, è l’altra questione, quella dell’evoluzione del sistema politico, ad essere decisamente trascurata. Sarà che chi è favorevole al governo Monti e quindi desidera la sua continuità, consideri ancora troppo lontano il 2013; oppure, sarà che chi è contrario – e non sono pochi, al di là del voto di fiducia – ritenga che l’obiettivo delle elezioni anticipate sia conseguibile con più facilità se passa l’idea che quella che stiamo vivendo sia solo la parentesi momentanea di un esecutivo esclusivamente tecnico nell’ambito della continuità dell’esperienza bipolare. Sta di fatto che l’evolversi della situazione politica sembra rinviata a data da destinarsi. Eppure, qualche seppur timido segnale c’è. Per esempio, il patto di consultazione Alfano-Bersani-Casini – c’è da scommettere che fra poco il “giornalistese” inventerà l’acronimo “ABC” – ha tutte le caratteristiche per diventare una vera e propria “troika politica”. Non solo il leader dell’Udc, assertore esplicito del superamento del bipolarismo all’italiana e della sostituzione della legge elettorale con premio di maggioranza con una di stampo tedesco, ma anche gli altri due hanno infatti interesse a far evolvere il quadro politico verso qualcosa di profondamente diverso dalla perpetuazione dello scontro tra due poli ancora intrisi della fallimentare contrapposizione “berlusconismo-antiberlusconismo” e scivolati in un “leaderismo senza statisti” da cui conviene a tutti allontanarsi. Le convenienze comuni ai tre sono molte. Intanto regolare i rapporti interni ai loro partiti o raggruppamenti: Alfano ha bisogno di consolidare una leadership ancora troppo acerba, Bersani deve frenare i molti amici-nemici e a Casini fa comodo consolidare l’equazione “Terzo Polo = Udc”.

Farlo da alleati, dandosi reciproca copertura, aumenta le chances di successo. Poi devono trovare la giusta misura dei rapporti con Monti: sostenerlo in sede parlamentare, perché a ciascuno di loro conviene (al di là delle convinzioni), ma nello stesso tempo influire sulle sue scelte (non solo per i posti nel governo, si spera). E farlo insieme, ancora una volta, consente loro di avere maggiori possibilità di successo. Ma se queste sono convenienze di breve momento, dovrebbe essere il 2013 il vero obiettivo della loro alleanza. Nessuno dei tre ha interesse che la partita sia ancora quella vecchia. Non l’ha Alfano, che deve scongiurare la ricandidatura di Berlusconi (che non ha alcuna intenzione di ritirarsi e ha già la testa alla campagna elettorale). Non l’ha Bersani, che sa che in caso di sconfitta sarebbe panato e in caso di vittoria diventerebbe tributario di Di Pietro e Vendola. E ovviamente non l’ha Casini, che è portatore dell’idea che il Paese abbia bisogno di un periodo (non breve) di “larghe intese”. Quindi, i tre – che a diverso titolo ma in modo convergente godono della marginalizzazione delle ali del sistema politico, Lega da una parte e Idv-Sel dall’altra – devono trovare un accordo su come riformare la legge elettorale e su come reinventare il sistema politico. Alla “troika” conviene che le prossime elezioni siano le prime della Terza Repubblica, non le ennesime della Seconda. Perciò si mettano al lavoro, d’intesa con Monti (che non può che vedere con favore la creazione di un direttorio politico che l’aiuti quando in Parlamento arriveranno le misure anti-crisi). Qui vince chi ha visione e iniziativa politica. Ora consolidando la “larga coalizione” pro Monti. Domani gestendo la scomposizione e la successiva ricomposizione di forze politiche e alleanze.

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