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Public Policy

Attenti a non passare dalla padella alla brace

La timida Emma

Ciò che manca alla Confindustria è la proposta per risolvere il problema dei problemi

di Enrico Cisnetto - 27 maggio 2011

Ora non ci sono più dubbi: tra Napolitano e Berlusconi, gli industriali scelgono il Capo dello Stato. Lo certifica l’applauso con cui l’inquilino del Quirinale è stato accolto ieri dall’assemblea di Confindustria – di certo il dato più significativo dell’evento, visto che la rottura con la Fiat, pur consumata, non è stata ancora formalizzata – ma anche il senso politico della relazione di Emma Marcegaglia, riassumibile nel giudizio “maggioranza in difficoltà, opposizione incapace”.

Sia chiaro, Confindustria non ha commesso l’errore di considerare il presidente della Repubblica come controparte del governo, leader virtuale di un’opposizione che non riesce a fare fino in fondo né il soggetto antagonista né quello pragmaticamente riformista. Ma indicando come “riforma delle riforme” quella della creazione di un “sistema paese” che, mettendo fine alla guerra tra fazioni politiche in atto, sappia recuperare la fiducia dei cittadini in istituzioni forti ed autorevoli capaci di obiettivi comuni e modalità di azione super-partes per il bene di tutti, ecco che di fatto ha individuato in Napolitano la figura – unica, insieme con il governatore Draghi, la cui nomina alla Bce ha suscitato uno scatto d’orgoglio nazionale negli uomini dell’economia, che evidentemente lo sentono come uno di loro – che può (ri)unire il Paese.

Mentre viceversa identifica il presidente del Consiglio, e con lui l’intera classe politica, come l’emblema della divisione nazionale, della rottura istituzionale. Il che la dice lunga sullo stato d’animo degli imprenditori: preoccupati, delusi e disillusi, inclini a coltivate incertezze, stanchi di faticare tanto – troppo – ad allontanare il sentimento dello scetticismo e a far prevalere quello dell’ottimismo della volontà. Così disincantati da non credere neppure più di tanto alla stessa Confindustria, che si percepisce debole quando perde un pezzo da novanta come la Fiat – e non c’è orgoglio della Marcegaglia che tenga – ed ugualmente vittima del frazionismo e del vizio delle lotte di potere che si addebitano come difetti alla politica, quando si vede che la corsa alla successione interna si è già fatta cruenta nonostante che la Marcegaglia abbia ancora un anno pieno di presidenza. Insomma, se ce n’era bisogno, l’assemblea di Confindustria ha dimostrato che la parte produttiva del Paese – quel “partitone trasversale”, largamente maggioritario, rappresentato dalla piccola e grande borghesia del fare, dal grande esercito dei lavoratori autonomi e da una quota importante di lavoratori dipendenti del privato, specie quelli delle aziende di limitate dimensioni e fortemente radicate nel territorio – è affetta da una sorta di “male oscuro” che la tormenta e la blocca, limitandone fortemente gli investimenti e le opportunità, e che paradossalmente tocca anche chi se la cava. Un maledetto “declino psicologico”, prima ancora che pratico, contro il quale l’unico rimedio sarebbe il ritrovarsi intorno ad un nuovo “progetto paese”. Ieri Marcegaglia, in una relazione che merita comunque un buon voto, l’ha detto esplicitamente.

Arrivando persino a minacciare una discesa in campo degli imprenditori in quanto tali: “attenti, siamo pronti a batterci per l’Italia anche fuori dalle nostre imprese, se la politica non fa ciò che deve fare allora entriamo in gioco noi”. Il fatto è che auspicare il cambiamento è poco e minacciare di metterlo in atto motu proprio è troppo, anche se viene fatto evocando nobili parole di Max Weber sull’impegno morale del cittadino che non deve mai mancare nei momenti “particolarmente gravi”. Ciò che manca alla Confindustria è la proposta. Non nel senso dei tanti suggerimenti, più o meno buoni, che vengono indicati come le cose da fare per affrontare questo o quel problema. No, la proposta per risolvere il problema dei problemi: il malfunzionamento del sistema politico e istituzionale.

Questione dalla quale poi discendono tutte le decisioni mancate prima ancora che le decisioni sbagliate di cui Confindustria si lamenta. A dire la verità, un mezzo passo avanti Marcegaglia lo ha fatto, quando ha detto che il “decennio perduto” che sta alle nostre spalle, quello della mancata crescita, è colpa delle “lacerazioni interne a ciascuno dei due poli della politica, alle prese con problemi di leadership personali anteposti al benessere del Paese”. Ma, appunto, si è fermata qui.

Ha avuto il persino il pudore di usare la parola giusta, bipolarismo, figuriamoci se si è spinta nel dirci perché è fallito il sistema bipolare maggioritario – a suo tempo e anche recentemente tanto auspicato negli ambienti industriali, con faciloneria e una punta di malcelato qualunquismo – e come lo si possa virtuosamente sostituire. Invece, è proprio su questo terreno che gli imprenditori si devono spingere se, una volta capito che non possono contare né sul centro-destra né sul centro-sinistra, vogliono evitare di cadere dalla padella nella brace illudendosi di poter fare da soli.

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