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Urge una valida alternativa

La Terza società

E' ora che la società civile scenda in campo

di Enrico Cisnetto - 21 febbraio 2011

Se questo è il bipolarismo, no grazie. Proprio mente anche un uomo dalle incrollabili speranze come Michele Salvati giunge alla conclusione – per lui amara, per noi tardiva – che il tanto decantato sistema bipolare su cui si è incardinata la Seconda Repubblica “non funziona”, in questa fase di crepuscolo del berlusconismo ci viene quotidianamente proposta una versione del bipolarismo da cui intendiamo rifuggire con tutte le nostre forze. Sto parlando dell’insopportabile a dicotomia giustizalisti-innocentisti.

Secondo Giuliano Ferrara, che del poliedrico Berlusconi è la versione migliore, oggi (come ieri, peraltro) gli italiani si dividono tra coloro che partecipano, sostengono o comunque legittimano il circo mediatico-giudiziario che vuole far fuori con mezzi non politici il Cavaliere, e coloro che avversano questa deriva di natura giustizialista e moralista.

Tertium non datur. Già, e tutti quelli che pur credendo fondata la denuncia del tentativo persecutorio nei confronti di Berlusconi – o comunque esistente una più in generale tendenza di una parte della magistratura ad usare mezzi che hanno finito con mortificare il diritto – non per questo intendono mandare automaticamente assolto il premier, sia sotto il profilo politico che (se del caso) giudiziario? Costoro non esistono? O debbono per forza sentirsi dire che fanno il “gioco di Berlusconi” o il “gioco dei giudici comunisti” a seconda da quale delle fazioni arriva la scomunica? Ed è contemplata la possibilità di sostenere che è dai tempi di Tangentopoli che il Paese attende la riforma della giustizia – per tutti i cittadini, naturalmente, non quella ad hoc – ma che la maggiore responsabilità di questo eterno ritardo è proprio di chi, come il premier, la invoca e non la realizza? Oppure dobbiamo per forza credere che al nono anno di governo (a partire dal 1994) il centro-destra nel momento più difficile di tutta la sua esistenza ha finalmente tirato fuori il coniglio dal cilindro perché ieri il consiglio dei ministri ha approvato una relazione del ministro Alfano?

Insomma, ma chi l’ha detto che si debba per forza essere o berlusconiani o anti-berlusconiani?! Ce l’ha prescritto il medico? In realtà, molti indizi inducono a pensare che una parte ormai largamente maggioritaria del Paese, comprensiva di molti che in passato si sono lasciati prendere la mano dal meccanismo delle tifoserie, che si sia stancata o si stia stancando di questa assurda dicotomia.

Gente che capisce come i magistrati adusi alle intercettazioni a go-go, agli arresti spettacolari, all’abuso della carcerazione preventiva, al “butto la chiave finché non mi dici quello che voglio sentirmi dire”, a passare le carte ai giornali, siano una minoranza e che dunque non si giustifichi (oltre a non convenire) una campagna di delegittimazione, ma che non per questo non servano interventi correttivi e punitivi.

E nello stesso tempo, gente che capisce come il combinato disposto tra il non governare – si evocano le riforme ma non si fanno, e quando si fanno non si attuano – il comportarsi in modo non consono al proprio ruolo istituzionale, il confondere il pubblico e il privato portando in parlamento e al governo persone scelte solo sulla base dei propri rapporti interpersonali (di qualunque genere siano) e, infine, il pretendere di essere al di sopra della legge facendosi scudo dei comportamenti scorretti di taluni magistrati, che l’insieme di tutto questo, dicevo, sia più che sufficiente per emettere un verdetto – politico – di condanna sia per chi così si comporta sia per quelle opposizioni che non sono capaci di rappresentare un’alternativa se non battendo la strada dello sputtanamento mediatico e della gogna giudiziaria.

Sì, questa posizione “terza” non solo esiste, ma ha anche una potenzialità di consenso enorme. Ha “soltanto” (le virgolette sono d’obbligo, visto che si tratta di scalare una montagna impervia) bisogno di essere rappresentata agli occhi degli elettori in modo forte, convincete, credibile. E qui, però, che rischia di cascare l’asino. Perché, come ho scritto più volte su questo giornale assumendomi lo sgradevole compito di coscienza critica del “terzismo”, finora non si è ancora visto un disegno organico di costruzione di una forza riformatrice moderna, con salde radici cattoliche e laiche capace di farle convivere in un programma di governo basato su un solido pragmatismo di stampo liberale ma non liberista. O meglio, si sono sentite ripetute infinite volte le intenzioni di procedere in questa direzione, ma senza che mai il progetto decollasse davvero.

Ma c’è di più. Nella drammatica contingenza politica e istituzionale in cui viviamo si assiste a null’altro che alla reiterata richiesta a Berlusconi di dimettersi, ben sapendo che il premier – a torto o a ragione – non lo farà mai. D’altra parte, siccome la lotta politica democratica non prevede il suicidio altrui, il compito di battere Berlusconi – e nello stesso di dare un’alternativa all’elettorato non massimalista e non giustizialista che vota o ha votato a sinistra – spetta proprio a chi si chiama fuori dalla maledetta dicotomia “berlusconismo-antiberlusconismo”. E allora? Allora occorre che chi intende proporsi come il “nuovo polo” della politica italiana, alternativo ai due ormai fradici pali su cui si è retto bipolarismo all’italiana, faccia – ora e subito – un salto di qualità nel modo con cui si propone al Paese.

E per farlo c’è un solo mezzo: rivolgersi agli italiani e chiedere che loro stessi a pretendere le elezioni. Ma, attenzione, non contro Berlusconi, o sulla scia di una sua eventuale condanna penale (Ruby o Mills che sia), ma contro il nostro fallimentare sistema politico e i suoi protagonisti.

Naturalmente evitando la retorica dell’anti-politica, già fin diffusa, ma invece offrendo una chiara proposta radicalmente alternativa. Lo spazio c’è, visto che i sondaggi ci dicono, unanimemente, che quasi la metà degli italiani prova un’irrefrenabile repulsione verso la politica (molto più ragionata di quanto non si pensi) fino al punto di non voler più andare a votare. Bisogna però essere credibili nel lanciare un messaggio del genere, e questa credibilità la può dare solo un gruppo di personalità molto qualificate della società civile cui chiedere il sacrificio di un impegno in prima persona. E occorre farlo subito, prima che si celebri il processo a Berlusconi.

Perché deve essere chiaro fin d’ora che il nostro ordinamento non sarebbe in grado di gestire la situazione di un premier che fosse (non glielo auguro) condannato per concussione alla pena accessoria della decadenza temporanea dai pubblici uffici, se non soltanto attraverso le immediate dimissioni dello stesso (cosa che è assolutamente improbabile). Ed è meglio neppure immaginare cosa potrebbe succedere in quella disgraziata circostanza.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario