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Karol: Il pontefice della globalizzazione

La “teologia della liberazione"

Il percorso di un Papa che ha segnato la storia

di Davide Giacalone - 01 maggio 2011

Non sono abilitato ad avere opinioni sulla beatificazione di Karol Wojtyla. L’intero procedimento, il suo esito e la sua finalità hanno a che vedere con la fede. Leggo che della santità di Giovanni Paolo II si cominciò a parlare già al conclave chiamato ad eleggere il suo successore, bruciando i tempi previsti, per decisioni di questo genere. Non altrettanto velocemente si sono mossi gli storici, che dovranno occuparsi della figura politica e culturale di Wojtyla, del suo passaggio nella storia di noi tutti. Senza timori reverenziali, naturalmente, senza porsi problemi di santità, ma anche senza sottovalutazioni. Perché quello del polacco è stato un papato globale, con esiti ed effetti ben al di là del mondo religioso.

E’ stato il pontefice della globalizzazione, perché è stato il capo della chiesa che non ha esitato a schierarla in modo da compromettere l’equilibrio del blocco sovietico, quindi, poi, della guerra fredda. Non ci sarebbe mai stata globalizzazione senza la fine di quel conflitto politico, ereditato dalla chiusura della seconda guerra mondiale, e non ci sarebbe mai stato il suo esaurimento senza il crollo dell’impero comunista. Wojtyla è uno dei padri di questo processo. Non il solo, ma uno di loro.

Non era una scelta affatto scontata. Chi crede che il capo della cattolicità non potesse che trovarsi in contrasto con l’incarnazione storica del comunismo, ateo per definizione, sconosce totalmente la storia vaticana. I proclami papali contro il comunismo, fino alla scomunica, non sono mai mancati, ma neanche una politica d’attenzione e rispetto. Agostino Casaroli, segretario di stato, ne è stato a lungo un interprete. E, del resto, le due dottrine avevano una cosa in comune: l’avversione al mercato, l’identificazione del male nel profitto, il giudizio negativo circa la ricerca della ricchezza, la condanna dei consumi.

L’elezione di un polacco, succeduta alla breve (e non del tutto chiara) parentesi di Albino Luciani, non è stata solo la rottura di una continuità italiana, che durava da 455 anni, ha rappresentato anche un cambio di rotta nella politica estera, quindi nel ruolo globale dell’ecclesia. Anche Giovanni Paolo II non fece mancare le sue parole di fuoco contro il capitalismo e il consumismo, ma lavorò contro i suoi avversari storici. La sua radice polacca prevalse, come la sua determinazione nell’affermare la libertà religiosa sopra ogni cosa. Prevalse sui fitti intrighi vaticani, sul fatto che la segreteria di stato fosse stata penetrata da agenti dell’est.

Prevalse sui ricatti per gli affari finanziari, mentre noi, ancora oggi, non sappiamo se e a quale dei due filoni si deve la vicenda di Emanuela Orlandi. E prevalse anche sulle spinte teologiche favorevoli all’alleanza anticapitalista, che specie nel continente latino americano avevano preso piede, sotto il suggestivo, ma mendace, nome di “teologia della liberazione”. Wojtyla non si lasciò deviare da quella che aveva scelto come la sua strada, e se è vero che seppe parlare alle masse, in ogni parte del pianeta, non per questo si piegò mai alle richieste, ai luoghi comuni e alle omologazioni dei mezzi di comunicazione. Li usò, ma non si fece usare.

Passata la stagione, tutta europea, dell’ostpolitk, cadute le illusioni della “distensione”, dopo lo schieramento sovietico dei missili SS20, puntati sull’Europa, e il contro schieramento dei Pershing e Cruise (che travagliarono il mondo politico dei Paesi più esposti all’influenza comunista, l’Italia e la Germania Federale, con la fondamentale e benefica decisione che, da noi, si deve a Bettino Craxi e Giovanni Spadolini), il pontefice polacco trovò un naturale partner in Ronald Reagan. I due erano assai diversi, ma su un punto si ritrovarono: il futuro poteva essere pensato anche senza l’Unione Sovietica. La storia confermò quell’ipotesi.

Sulla via della globalizzazione, del considerare il pianeta un unico mondo, quindi anche un unico mercato, c’era un ulteriore ostacolo, con il quale ancora facciamo i conti: il fondamentalismo religioso. Le abbattute frontiere dell’ideologie potevano e possono essere riedificate quali frontiere del fondamentalismo. Wojtyla vide questo pericolo e, a costo di far venire il mal di pancia a non pochi membri delle proprie gerarchie, avviò i dialoghi interreligiosi. Non solo si recò in sinagoga, non solo entrò nella moschea, ma convocò le giornate di comune preghiera, che si tennero ad Assisi.

Quello che ora la chiesa proclama santo avrebbe rischiato, da sacerdote meno quotato, un processo per eresia. Quel che gli premeva, credo, non era far scemare le differenze, ovviamente permanenti, fra le diverse religioni monoteiste, quanto il marcare la differenza netta fra loro e il fanatismo che vede nel diverso da sé il male del mondo, quindi il nemico da convertire o cancellare.

Seguì la sua politica, che per i credenti è la sua missione di pastore, senza oscillazioni, ma anche con realismo e costante attenzione alle forze in campo. E’ indubbio che a guidarlo fosse la fede, ma è altrettanto indubbio che per guidare tenne sempre gli occhi alla strada, senza nulla concedere all’astrazione. Certe scelte, dalla politica dello Ior all’atteggiamento verso il diffondersi della pedofilia nelle diocesi statunitensi, possono essergli rimproverate. Ma è singolare che lo faccia chi predilige la lettura materialistica e storica, che non dovrebbe mai smarrire la cruda valutazione delle forze in campo.

Per i fedeli, adesso, Wojtyla è un santo. Per tutti gli altri un protagonista dell’ultima parte del secolo scorso. Quella che ha archiviato le conseguenze di due conflitti mondiali, fatto sparire un impero ideologico e aperto i mercati alla globalizzazione. Poi è iniziata una storia diversa, nella quale siamo immersi.

Pubblicato da Il Tempo

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