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Il degrado della giustizia italiana

La tempistica perversa di un arresto

Marco Verzaschi: un ennesimo caso di malagiustizia

di Davide Giacalone - 12 dicembre 2007

La giustizia italiana è così degradata che neanche ci si scandalizza più. L’arresto di Marco Verzaschi, già assessore e già membro dell’attuale governo, è avvenuto in un contesto perverso, ma nessuno lo ha notato. I fatti: l’inchiesta sulla sanità nel Lazio, e relative mazzette, comincia nel novembre del 2005; a febbraio del 2006 uno degli indagati, detenuto, accusa Verzaschi di avere preso tangenti; da più di un anno, quindi, lo stesso riceve un avviso di garanzia; giovedì scorso, 6 dicembre, si dimette da sottosegretario e lunedì, 10, è arrestato. Una cronologia inquietante.

Se, dopo due anni d’indagini, ci sono prove che indicano Verzaschi quale corrotto e concussore, egli deve essere portato davanti ad un tribunale, deve essere condannato e finire in galera per scontare la pena (ammesso che non sia cancellata dall’indulto). Se, come si legge nel mandato di cattura, non ci sono dubbi, quelle certezze vanno portate davanti ai giudici. Ma che cavolo c’entra la custodia cautelare per fatti che si riferiscono ad un incarico che il detenuto non ha più? Se avesse voluto inquinare le prove lo avrebbe già fatto da due anni e se avesse voluto scappare ha avuto due capodanni e due estati a disposizione. Il gip afferma che può reiterare il reato, il che è sostenibile solo seguendo un cupo lombrosismo, dato che l’indagato non ha più il posto e la funzione di allora. Assai sospette, però, sono anche le sue dimissioni. Fosse stato un moto della coscienza o, come si diceva nell’Italia dei galantuomini, un sistema per difendersi meglio, avrebbe dovuto dimettersi uno o due anni fa. Invece è riuscito a precedere di poche ore l’arresto. Intuito? Può darsi, sebbene sia singolare che all’epoca dei fatti era un esponente di Forza Italia, mentre ora occupava una poltrona al ministero della difesa per conto dell’Udeur, il partito del ministro della giustizia. E ciò serva per capire che non stiamo parlando di un idealista, ma di un galleggiante trasformista che insegue la poltrona. E serva anche a porsi una domanda: chi lo ha avvertito?

Se almeno qualcuno si fosse accorto che ciò non ha nulla a che vedere con la giustizia, sarebbe stato il segno che ancora esiste una cultura del diritto. Ma tacciono i dotti, le cattedre e le coscienze, destando il sospetto che siano morti da tempo. Pubblicato su Libero di mercoledì 12 dicembre

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