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Chiarificatrici le parole di Prodi. Forse

La Telecom-novela continua

Indotti a pensare che il sacrificio di Rovati nascondesse una propensione dirigista

di Alessandra Servidori - 25 settembre 2006

“Per tentare che il marcio non dilaghi… per arginare l’onda dei ricatti” le parole di Prodi la dicono lunga, ma non abbastanza sull’infamia che gravita intorno allo scandalo Telecom. Il verminaio dell’affaraccio trabocca ogni volta che, nel Bel Paese, qualcuno va a scalfire la patina dorata dell"establishment della politica, del mondo degli affari e delle Istituzioni preposte a vigilare sulla correttezza e la trasparenza. L"opinione pubblica non ha ancora dimenticato il caso Parmalat, ed è venuta alla ribalta la rete trasversale di amicizie e solidarietà intessuta dai “furbetti del quartierino”, i quali potevano contare su appoggi annidati al vertice della Banca d"Italia. Poi lo scandalo è scoppiato nel mondo del calcio; ma almeno gli sportivi hanno potuto consolarsi con la splendida e meritata vittoria della Nazionale (a trazione juventina) nella World Cup in Germania. Nel caso Telecom non c’è salvezza per nessuno. Ogni giorno riserva un"altra clamorosa sorpresa. La storia è cominciata da poche settimane e già si aprono i cancelli delle patrie galere. Tanto che ci chiediamo esterrefatti dove si debba cercare il bandolo di questa intricata matassa. Speriamo che il discorso di Romano Prodi (finalmente convinto che non è il gesto di un matto, ma un atto dovuto il riferire in Parlamento) possa fare chiarezza, non solo sui motivi che lo hanno indotto a rilasciare dichiarazioni “politicamente non corrette”, ma anche – siamo costretti a dar ragione al Presidente Fausto Bertinotti – sull"intrinseca natura di un sedicente capitalismo che, in Italia, è capace soltanto di accumulare debiti, rifugiarsi nei mercati ancora al riparo dalla concorrenza, controllare, grazie a filiere di scatole cinesi, grandi holding impegnando solo un modesto capitale (spesso messo a disposizione da quelle stesse banche che rifiutano piccoli prestiti a un giovane ricco di idee e di progetti); salvo poi arrivare, alla fine di un accidentato percorso, a portare i libri in tribunale e a destare l"interesse delle Procure della Repubblica. Tanti, troppi sono gli interrogativi che la vicenda Telecom solleva. Ed ogni evento successivo proietta una luce ancor più sinistra sui precedenti. Siamo stati indotti a pensare che il tardivo sacrificio di un fedele (ma utile!) e stretto collaboratore del premier – autoaccusatosi di disegnare artigianalmente, per hobby, piani di riconversione industriale, la sera dopo cena, anziché compilare le parole incrociate o guardare le esibizioni della neo/moglie in tv – nascondesse, in verità, una propensione dirigista e statalista (che pure è presente) della gauche al governo, esercitata nei confronti di un brillante manager, impegnato a difendere i diritti della proprietà privata. Per settimane si sono misurati, sui giornali e le televisioni, i liberisti e i pianificatori, i sostenitori del libero mercato e i seguaci delle politiche industriali. I problemi aperti erano ben altri e più gravi. Tanto che non sembra una forzatura ricostruire, sulla Telecom, una diversa plausibile versione dei fatti. Marco Tronchetti Provera, consapevole dell"insostenibile situazione debitoria del gruppo, si è recato a rappresentarla alla Presidenza del Consiglio. Dall"incontro è scaturito un progetto di intervento, lo stesso che l"incolpevole Angelo Rovati ha avuto il compito di stendere e che prevedeva (ecco il primo fatto di enorme gravità) il salvataggio di Telecom attraverso l"intervento della Cassa Depositi e Prestiti. Le cose non sono andate, però, per il verso concordato, dal momento che Tronchetti Provera ha seguito (ecco un altro mistero) un differente percorso, suscitando l"ira funesta del Professore. L"affaire si è intorcinato sempre di più attraverso il ping pong tra la Cina e l"Italia, fino ad arrivare alle dimissioni di Tronchetti Provera e alla sua sostituzione con Guido Rossi, ormai divenuto il commissario politico delle situazioni complicate. Poi, vi è stato il colpo di scena degli arresti ordinati dalla magistratura milanese sulla base di accuse che trasformerebbero – una volta provate – il più grande gruppo italiano nel campo delle comunicazioni in una succursale del Kgb dei bei tempi andati. L"aspetto inquietante non sta nell"aver scoperto qualche funzionario che vende, dietro compenso, delle informazioni riservate, ma nell"essersi imbattuti in un sistema di spionaggio parallelo (per conto di chi?), diretto dai vertici aziendali (quanto meno da quelli – ahimè – preposti alla sicurezza). E" mai possibile che il presidente del Consiglio non fosse informato delle indagini in corso e dei possibili esiti, quando, con Tronchetti Provera, si mise a progettare il futuro della società? Ora siamo arrivati ad un accordo bipartisan per un decreto legge che metta freno alle intercettazioni private: il ministro giustizialista di Pietro però, a testo concordato tra i Poli, aggiunge qualche cosa in più, se non altro per vezzo di protagonismo su una materia che è stata delegata (e meno male!) al collega Mastella : la telenovela continua……

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