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La crisi dell'euro. Il ruolo della Bce. E quello della politica

La super mossa di Super-Mario.

Draghi ha sfidato la Bundesbank. E ha vinto. Ma la partita è ancora cominciata. Non è il caso di cantare vittoria

di Enrico Cisnetto - 07 settembre 2012

Avete presenti le squadre di calcio che segnano al primo minuto? Di solito si dice: adesso vediamo se si sapranno meritare il vantaggio con il gioco. Ergo: hanno fatto goal, ma in un minuto certo non possono esserselo guadagnato. Ecco, lo stesso vale per l’Europa. Ieri Draghi fatto goal – e che rete! – ma adesso per salvare l’euro ci vuole altro.

Nell’euforia che si è scatenata dopo la decisione (non unanime) della Bce di procedere con il piano anti-spread di acquisto illimitato di titoli dei paesi in difficoltà, il rischio è quello di confondere il tipo di medicina che sarà somministrata al malato e gli effetti conseguenti che essa potrà produrre. Superando magistralmente una difesa arcigna, ma inutilmente schematica e cocciuta, Draghi, da centravanti di razza, è andato in porta, realizzando quello che in molti avevano pronosticato come un goal impossibile. Gliene va dato pieno merito, anche perché il governatore della Bce è l’unico attore dello psicodramma dell’euro che finora ha fatto la sua parte al meglio, mostrando una sapienza tecnica, un’intelligenza politica e un acume tattico che nessun leader continentale ha avuto e si sogna di avere. SuperMario, insomma.

Ma tutto questo non toglie – e Draghi è il primo a saperlo, proprio perché quattro spanne sopra gli altri – che l’intervento della Bce blocchi la febbre (lo spread), salvi il malato da morte sicura (la fine dell’irreversibilità dell’euro sancita dall’uscita della Grecia e dall’ipotesi di un ritorno a lira e pesetas, seppure in un quadro di cambi fissi), ma non curi, né pretende di volerlo e poterlo fare, la malattia che ha causato lo stato agonico della moneta unica. La quale è superabile, strutturalmente, solo l’integrazione politico-istituzionale degli Stati aderenti, cioè con la creazione di un’Europa federale. Siccome è cosa complicata che richiede tempo e una volontà politica che finora è mancata, Draghi ha semplicemente (si fa per dire) comprato tempo, dando la possibilità ai governi di cercare quella soluzione definitiva agli squilibri dell’eurozona che finora non hanno trovato. Senza la quale – c’è da scommetterci – la guerra speculativa riprenderà pesantemente, finendo per rendere inutile (nel senso di non decisiva) la barriera anti-spread della Bce.

D’altra parte, che i nodi stessero velocemente venendo al pettine lo testimonia il mezzo fallimento dell’asta tedesca di mercoledì 5 settembre: gli investitori internazionali, e in particolare i fondi pensione, non sono più disposti a comprare bund che non rendono nulla, anzi che non coprono neppure l’inflazione, e questo fenomeno sarà comunque, al di là della mossa di Draghi, elemento decisivo per “girare le carte” in sede europea. Perché la mossa della Bce, creando i presupposti per tagliare le punte degli spread, interviene sull’altra contraddizione della crisi, quella di politiche di rigore finanziario, che si sono tradotte in austerità recessiva, in cambio non di tassi di finanziamento più bassi ma ben maggiori dei concorrenti. Ora l’azione calmieratrice della Bce renderà meno suicide quelle politiche, ma non metterà certo nelle condizioni, anzi, i capitali internazionali di essere meglio remunerati.

Insomma, c’è da essere grati, molto grati, a Draghi, che ha sfidato una potenza come la Bundesbank su un terreno che – anche comprensibilmente – non le è proprio. Ma nello stesso tempo dobbiamo sapere che la partita è appena cominciata e il risultato finale di là da venire. E capire che, così stando le cose, l’ostacolo più grande da rimuovere per rimuovere le cause strutturali dell’incompiutezza dell’euro non è rappresentato (solo) dai tedeschi, ma (anche e soprattutto) dai francesi. Parigi, con Hollande come con Sarkozy, non intende cedere un grammo della sua sovranità, mentre Berlino è disposta, seppure a condizione che l’Europa federale sia gemanocentrica.

Per questo, sono necessarie due mosse. La prima: innervare la decisione di ieri della Bce con un’unione bancaria vera, in cui i principali attori non siano più nazionali ma europei soggetti a vigilanza centrale. La seconda: cominciare a percorrere la strada federale firmando un accordo politico – credibile, solenne e “vendibile” alle opinioni pubbliche – che sancisca l’irreversibilità dell’unificazione monetaria e definisca scelte a 3-5 anni di equilibrio tra rigore e sviluppo. La prima la si lasci fare a Draghi, la seconda la si costruisca prima che le elezioni italiane e tedesche la rendano impraticabile.

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