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Le regole “Basilea 2” sono da cambiare

La strada del cambiamento

Urge nuovo impianto normativo per l'Eurolandia

di Enrico Cisnetto - 07 settembre 2009

Ormai sono tutti d’accordo, le regole denominate “Basilea 2” sono da cambiare. Lo dicono alcune confederazioni imprenditoriali europee, a cominciare dalla Confindustria italiana e da quella tedesca, così come si sono detti d’accordo molti banchieri (ieri Passera) e alcuni ministri, non solo in Italia. Eppure la materia è delicata e va trattata con cautela. Infatti, da un lato è vero che quella regolamentazione in una fase recessiva rischia di accentuare gli aspetti negativi del ciclo economico, e che dunque alcune modifiche sarebbe utili ad evitarne la prociclicità.

Ma dall’altro lato, è altrettanto vero che esse furono studiate per costringere le banche ad adeguare i propri assetti patrimoniali alle dimensioni raggiunte e per rendere più professionale il merito del credito, in modo da ridurre il livello delle sofferenze. Dunque, allentare questi vincoli darebbe sì più spazio alla concessione dei finanziamenti tanto richiesti dalle imprese, ma nello stesso tempo rischierebbe di far tornare il credito “troppo facile” di prima della crisi – e che della stessa crisi è stata una causa fondamentale – e nello stesso darebbe un clamoroso alibi a quei banchieri che eventualmente non avessero ancora del tutto smaltito i titoli tossici accumulati nel recente passato per sospendere la “pulizia”. Cosa che darebbe ad un intervento su Basilea 2 l’aspetto di un rimedio peggiore del male.

Per questo, in tutti i casi, sarebbe preferibile una riscrittura di queste regole – anche alla luce ed in integrazione delle più generali regole anti-crisi che prima o poi qualche G8 o G20 si dovrà decidere a varare in concreto – anziché la loro sospensione, che partirebbe sicuramente temporanea ma che potrebbe facilmente trasformarsi in definitiva.

Ma c’è di più: si dovrebbe chiedere alle autorità monetarie di procedere in questa direzione avendo cura di mettere sul tavolo una più generale revisione delle regole europee.

Due, in particolare, sono i documenti europei su cui sarebbe ora di intervenire: le regole d’ingaggio della Bce, cui occorre togliere il vincolo (e l’alibi) di doversi occupare “solo” di inflazione e stabilità monetaria, in modo da costringerla a farsi carico dei problemi dello sviluppo (magari così a Francoforte si convincono che l’euro forte non fa bene a nessuno); il Trattato di Maastricht, la cui parzialità e fragilità è dimostrata fin dai tempi in cui Prodi definì “stupidi” i suoi vincoli.

D’altra parte, nell’uno come nell’altro dei due casi, la prassi ha già superato la forma, visto che la stessa Bce nella crisi si è fatta carico del più generale stato di salute dell’economia continentale e mondiale, e che i governi europei hanno di fatto imposto il silenziatore alla Commissione Ue spendendo come Maastricht non consentiva senza che Bruxelles alzasse alcun cartellino giallo o rosso di condanna.

Ma questo a maggior ragione, dovrebbe indurre i leader europei ad un colpo di reni: tornare a riunirsi nella cittadina olandese per ripensare l’intero impianto delle regole di Eurolandia. Comprese anche, ma non solo, quelle che regolano i ratios bancari.

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