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Rischio immobilismo

La stabilità non basta

La tenuta del Governo non è il fine, ma un mezzo per arrivare alle riforme

di Davide Giacalone - 11 settembre 2013

Ripetono in tanti che l’Italia è a rischio perché traballa la stabilità politica. Cerchino di non superare il limite del ridicolo. Il governatore della Banca d’Italia cerchi di non prestarsi all’uso scioccamente propagandistico dell’autorevolezza che gli deriva dall’essere a capo di un’istituzione prestigiosa. L’Italia è a rischio perché rimasta immobile durante la breve bonaccia indotta dalla Banca centrale europea. L’abbiamo usata per parlare, in politichese, di stabilità, appunto, o di agibilità politica. Lo spread italiano pareggia quello spagnolo, pur essendo il nostro debito pubblico assai più affidabile di quello iberico. Ma la Spagna non solo ha un governo scelto dagli elettori, non solo s’è posta al riparo della Bce, ma s’è mossa nel tagliare la spesa pubblica. Da noi avviene l’esatto contrario. Se lo stabilizziamo forniamo la certezza che il cuore batte, ma l’encefalogramma è piatto. Situazione ideale per l’espianto.

Prendete a esempio l’ultimo consiglio dei ministri: nel mentre si prepara lo scontro frontale fra Pd e Pdl, questi due stessi partiti non solo si ritrovano concordi, ma rivendicano ciascuno il merito del decreto sulla scuola. Un trionfo di stabilità. Solo che a noi sembrarono troppi 40mila nuovi insegnanti (cifra diffusa dal governo appena la settimana scorsa) e loro già parlano di 100mila assunzioni. Con 26mila insegnanti di sostegno, 69mila di ruolo e 16mila ato. Tanta nuova spesa pubblica corrente che nel mentre si prepara a dissanguare ulteriormente i contribuenti non prelude minimamente all’insanguamento meritocratico di cui c’è bisogno, perché si va in direzione esattamente opposta: entrano i precari, sparisce il valore degli esami, ci si rassegna alla mediocrità. Ma i seguaci della stabilità preferiscono anteporre le parole vuote dei governanti: torna il diritto allo studio, la scuola è una priorità, la formazione dei giovani è al centro. Ma de che? Qui ci sono solo assunzioni e spesa. Temi sui quali la maggioranza delle larghe intese, delle lunghe attese e delle grandi spese si ritrova stabilissima. Con la sinistra che cancella l’idea stessa che l’istruzione possa servire ai socialmente svantaggiati per farsi valere e la destra che vota giuliva un decreto con il quale non solo si smentiscono le cose fatte dal governo della destra, ma i principi stessi per cui una destra vale la pena che esista.

Cosa credono, che gli altri siano tutti fessi? Che i mitici “mercati” non sappiano far di conto? L’immagine che si restituisce è quella di un Paese di dissennati incoscienti, neanche minimamente consapevoli della situazione in cui si trovano e quasi desiderosi del disastro per poi mettere la testa a posto.

E veniamo alla teoria della stabilità. I governi della prima Repubblica, dal 1948 al 1992, duravano assai meno di quelli di altri paesi a noi paragonabili. Eravamo instabili? Manco per sogno, perché in quel lasso di tempo ne abbiamo avuti solo quattro: centristi, di centro sinistra, la breve parentesi della solidarietà nazionale e, per ultimo, di pentapartito. I centristi riaccesero i motori dell’Italia, creando il boom (agevolato dalle condizioni internazionali) e facendo fare un salto secolare alla condizione di tutti. Quelli di centro sinistra vararono le riforme sociali, alimentando l’illusione che si possa avere senza creare, spendere senza guadagnare, ma, in ogni caso, allineando l’Italia al welfare europeo. Da lì in poi si usa la spesa pubblica per compensare la debolezza politica, ma quei governi erano stabili, capaci di governare da una legislatura all’altra, sebbene cambiando nome e ministri (neanche tanto, visto che alcuni erano eterni). Quella inseguita oggi è la stabilità dell’immobilismo. E’ il gioco delle brutte statuine.

Nessuno può ragionevolmente sostenere che serva a tutelare l’Italia. Serve solo a conservare un ruolo a gente che non ha idea di cosa significhi produrre ricchezza. O anche solo lavorare. Sono il primo a sostenere che la politica richiede grandissima professionalità. So bene che le classi dirigenti buone sono professionali (è così in Usa, Uk, Francia). Ma se il professionismo consiste nel durare a dispetto dell’inutilità, allora si chiama in altro modo. Smettiamola di prenderci in giro e di far finta che sia un valore. E’ una pericolosa vergogna.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario