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L'editoriale di TerzaRepubblica

La stabilità del governo non è tutto

Abbiamo bisogno di continuità politica e discontinuità programmatica, perché l'immobilismo è peggio dell'instabilità

di Enrico Cisnetto - 15 settembre 2013

a “strana guerra” politica che blocca l’Italia perché produce un risultato che non è la crisi ma nemmeno la “non crisi”, come l’ha efficacemente battezzata Stefano Folli, continua. Né finirà, siamo pronti a scommettere, con il voto che la Giunta del Senato dovrà fare sulla relazione del relatore. Il cerino acceso passerà all’Aula, con voto segreto, e lì potranno succedere tante cose. Anche perché, se è vero che ciò che sta cercando Berlusconi verosimilmente nessuno potrà darglielo, altrettanto vero è che far cadere il governo non risolverebbe alcuno dei suoi problemi e farebbe del male ai suoi interessi economici. Se anche fosse presa la decisione di chiedere alla Suprema Corte un parere sulla costituzionalità della legge Severino – tesi legittima, per carità, ma stridente con il fatto che il Pdl l’ha votata, e pure di recente – si trarrebbe un passaggio solo per prendere tempo, visto che non è per nulla sicura la risposta positiva della Consulta ma soprattutto considerato che gli effetti che di quella legge si vogliono scongiurare, la decadenza da senatore, si avrebbero comunque in ottobre quando sarà stabilita – e non ci saranno santi – la decadenza del Cavaliere dai pubblici uffici. Viceversa, se Berlusconi reagisse aprendo la crisi – cioè facendo effettivamente ciò che ha minacciato almeno una decina di volta nelle ultime settimane, rendendo poco credibile una scelta che richiede assoluta fermezza per essere efficace – non sarebbe affatto sicuro di ottenere le elezioni, perché a frapporsi rispetto a quell’obiettivo ci sarebbero sia un possibile Letta-bis sia le dimissioni di Napolitano.

Nello stesso tempo, appare incartato anche il Pd, che ha finito col trasferire sul terreno del “caso Berlusconi” la sua partita per il controllo del partito. La divisione tra i “ragionevoli” alla Violante e gli “intransigenti” che ripetono il mantra de “la legge va applicata”, lungi dall’essere superata da una coraggiosa iniziativa a favore di una seria e garantista riforma della giustizia, ha finito per contaminarsi con le ragioni interne di divisione, finendo per mettere il Pd sotto schiaffo delle provocazioni grilline (tipo “in Aula votiamo in modo palese”) e rendendolo ancora una volta di fatto succube di Berlusconi. Per non parlare del governo, che già poco coraggioso di suo, ha finito col trasformare l’instabilità politica prodotta dalla vicenda Berlusconi in un alibi per coprire i propri limiti.

Insomma, comunque la si giri, la “strana guerra” è destinata a non produrre vincitori, ma solo vinti. Vinto Berlusconi, che non solo è avviato a uscire di scena, ma anche a farlo nel peggiore dei modi, cioè avendo dimostrato che era fondata l’accusa dei suoi nemici di essere sceso in campo solo per tutelare se stesso e i suoi interessi. Perché se l’idea che un leader politico non debba essere soggetto alle leggi è inaccettabile, invece l’ipotesi che un leader che si ritenga condannato ingiustamente – perché ingiusta è la legge o ingiusti sono i giudici, non fa differenza – possa fare di questa posizione una piattaforma politica ed elettorale è, al contrario, del tutto incontestabile. Questo, però, nel caso di Berlusconi, significherebbe continuare a far politica, con l’obiettivo primario di riformare la giustizia, ma a patto di accettare la condanna e le sue conseguenze, anche a costo di andare in galera. E qui emerge la sua più profonda inadeguatezza: lui all’azione politica non ci ha mai creduto, tanto che ogni volta che ha vinto le elezioni subito dopo è andato in letargo politico. Vinto ne uscirà anche il Pd, che finirà con l’implodere insieme con il suo storico nemico, per di più battuto solo grazie ai giudici. E sconfitto, se non del tutto vinto, dalla “strana guerra” ne uscirà anche il governo, cui non servirà nascondersi dietro l’instabilità prodotta dal conflitto politico per evitare il giudizio sul suo vero impedimento, l’immobilismo. Quell’immobilismo che purtroppo è stato la cifra di Monti e ora lo è ancor più di Letta, cioè dei due governi “politicamente indispensabili” che avrebbero dovuto portarci fuori dalla palude del bipolarismo e di conseguenza dalla crisi economica. E che li ha resi deludenti agli occhi degli italiani.

Infatti, per le condizioni di declino e di prostrazione psicologica che l’Italia ha raggiunto, quelle che ascoltiamo intorno alla ripresa che sta per arrivare sono masturbazioni mentali punto e basta: per uscire davvero dal disastro in cui siamo precipitati occorrerebbe un “piano Marshall” di cui non s’intravede nemmeno l’ombra (altro che la luce in fondo al tunnel della crisi). Una rivoluzione copernicana nella politica economica del tutto incompatibile sia con la luddistica pretesa berlusconiana di rompere tutto per salvare se stesso, sia con la tendenza dei “governativi” a soggiacere alla politica dei piccoli passi nella speranza (infondata) che sia il mezzo migliore per tirare avanti. All’Italia non serve né spaccare tutto né stabilizzare l’immobilismo. Al contrario, quello di cui in questo momento abbiamo bisogno è un mix di continuità politica (governo Letta) e discontinuità programmatica. Mentre il rischio che si corre è, nel migliore dei casi, una continuità su entrambi i fronti, e nel peggiore dei casi un’inversione: discontinuità politica e continuità programmatica.

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