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Roma e il Lazio possono essere un esempio

La spinta da turismo e terziario

Due settori che possono dar vita al rilancio. Purché si rinunci a localismo e microimprese

di Enrico Cisnetto - 27 ottobre 2005

Roma viaggia a velocità doppia rispetto all’Italia. I dati forniti dalla Cna ci raccontano di una Capitale che nel 2004 è cresciuta dell’1,6%, rispetto allo 0,8% dell’intero Paese. Uno sviluppo in controtendenza, che vede tutto il Lazio marciare a buoni ritmi, occupazione compresa, mentre a livello nazionale la stagnazione la fa ancora da padrona.

Roma si è sviluppata grazie a due fenomeni. Primo: il nuovo terziario nato con la privatizzazione di molti servizi, dall’informatica alla logistica, fino a ieri pubblici. Secondo: il turismo, cresciuto del 10% nel Lazio, mentre è in crisi nera nel resto del Paese. La crescita ha riguardato in massima parte le piccole e medie imprese, nelle quali l’occupazione è aumentata del 30,4%. Più specificatamente, il dato sull’imprenditorialità ci dice che il 47% delle nuove aziende è costituito da ditte individuali e il 36,6% da società di capitali. Insomma, Roma non è più città solo di ministeri, e di ministeriali.

Ma, allora, esiste davvero un modello economico romano? Ed è estendibile su scala nazionale? Ora, è del tutto evidente che il primo fenomeno non è riproducibile più di tanto, ma ci dice che l’uscita dello Stato e degli enti locali da attività tranquillamente cedibili ai privati può essere un ottimo volano. Quanto al turismo, essendo una risorsa strategica fondamentale, sarebbe bene imparare a valorizzarla. A Roma è stato fatto, e i risultati dicono che le polemiche sul costo delle “notti bianche” e affini sono davvero infondate. Non che in giro per l’Italia non ci siano sindaci e assessori alla cultura che buttano denari, anzi. Ma sarebbe ora di imparare a valutare (e a spendere) i soldi impegnati per la valorizzazione dei nostri giacimenti culturali, storici e artistici come investimenti per il turismo: se aumentano i volumi dei visitatori, sono ben spesi, altrimenti è opportuno dare un calcio nel sedere agli amministratori.

Ma anche per Roma, come per il resto d’Italia, il problema numero uno è la dimensione delle aziende. Il dato sulla natalità delle imprese, per esempio, va preso con le molle: dopo la nascita, ci si aspetta che il pupo diventi sempre più grande, e non che rimanga piccolo e fragile. Dunque prima di gioire per il gran numero di debuttanti, badiamo a mettere in moto dinamiche di crescita, perché con un esercito di formichine non si vince la partita della globalizzazione. E se da un lato sono gli imprenditori che devono abbandonare il loro pervicace individualismo, dall’altro la politica è bene che faccia la sua parte. Per esempio, evitando che prevalga la logica del localismo. Quella stessa, per esempio, che ha fatto la scelta sciagurata di due hub aeroportuali, castrando sia Fiumicino che Malpensa e contribuendo alla crisi dell’Alitalia. O, ancor peggio, che moltiplica gli enti che devono decidere. Veltroni è tornato a parlare dello status di città metropolitana da conferire a Roma. Giusto, una città delle dimensioni della Capitale necessita di uno statuto speciale e di poteri decisionali forti. Ma attenzione, non si possono aggiungere altri livelli istituzionali ai troppi già esistenti, come fanno sia la riforma del Titolo V della Costituzione voluta dal centro-sinistra sia l’attuale devolution. No, bisogna eliminare la zavorra burocratica dei tanti enti locali inutili, e riaggregare il territorio entro entità federali capaci di essere ruote di un unico meccanismo. Come? Intanto abolendo le province e gli altri parti della fantasia particolaristica del legislatore, e poi ridisegnando la mappa delle suddivisioni regionali avendo in mente quella molto più razionale dei lander tedeschi.

Insomma, l’economia romana e laziale in crescita può essere un modello e non un fenomeno passeggero se Roma, quella della politica, fa le riforme che servono a tutto il Paese.

Pubblicato sul Messaggero del 23 ottobre 2005

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