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Public Policy

La solitudine dell'Istat

di Donato Speroni - 16 novembre 2004

"Si è rotto qualcosa nel rapporto tra statistica ufficiale e opinione pubblica". L'allarme è stato lanciato da Renato Brunetta, economista ed europarlamentare di Forza Italia, nella tavola rotonda d'apertura della Settima conferenza nazionale di statistica, il 9 novembre. Non molto diverso era stato il grido di dolore lanciato dal presidente dell'Istat, Luigi Biggeri, in apertura della Conferenza: "I cittadini diffidano della statistica ufficiale, tendendo a percepirla come un pezzo dell'apparato di governo, assoggettata al gioco politico, nonostante i suoi attribuiti di autonomia, indipendenza, imparzialità."

Parole molto gravi, in un momento in cui alcune tra le maggiori democrazie occidentali (Stati Uniti, Canada, Australia) rafforzano il nesso tra statistica ufficiale ed esercizio dei poteri democratici, attraverso la messa a punto di una serie di "key indicators", indicatori chiave apprezzati sia dal governo che dall'opposizione e volti a misurare il progresso della nazione, delle regioni e delle città. "Sounders numbers equal a healthier democracy", numeri più credibili equivalgono a una democrazia più sana, ha titolato il Financial Times dell'11 novembre in cima a un articolo di Enrico Giovannini, responsabile statistico dell'Ocse.

Giovannini, che è oggi lo statistico italiano più alto in grado nelle organizzazioni internazionali, ha organizzato dal 10 al 13 novembre un convegno di grande successo a Palermo sui "key indicators", cioè in pratica sul rapporto tra politica e statistica. Oltre al Gotha della statistica mondiale, vi hanno partecipato il presidente della Banca centrale europea Jean-Claude Trichet, ministri e alti funzionari dei 30 paesi membri dell'Ocse e anche di alcuni paesi esterni all'organizzazione, quali Cina e India.

Il clima che si respirava a Palermo era di fiducia nel progresso della statistica pubblica e nel suo rapporto con i cittadini e con i pubblici poteri: esattamente il contrario di quanto si percepiva nella quasi contemporanea Conferenza di Roma. E poiché nessuno può gioire di una crisi di credibilità della statistica italiana, che, ripetiamo, ha un ruolo fondamentale nel funzionamento della democrazia, è opportuno chiedersi che cosa si può fare per raddrizzare la situazione.

E' opinione comune che all'origine della crisi di credibilità dell'Istat ci sia la vicenda del changeover tra lira e euro: una vicenda nella quale in sostanza quasi tutti gli economisti e gli statistici riconoscono la validità degli indici Istat, senza che l'Istituto di Via Balbo sia riuscito a far comprendere all'opinione pubblica la differenza tra inflazione rilevata e inflazione percepita. Il problema si è posto anche negli altri paesi dell'euroarea, ma solo in Italia ha raggiunto questa drammaticità.

Va detto che molti fattori hanno giocato a sfavore dell'Istituto nazionale di statistica, che si è trovato in una situazione di sostanziale isolamento. Le polemiche sul changeover hanno assunto in Italia coloriture politiche molto forti, sono state ampiamente cavalcate da alcune associazioni di consumatori molto pronte alla denuncia e poco disponibili al dialogo tecnico, si sono amplificate per la propensione dei media a costruire ogni notizia con la tecnica della contrapposizione televisiva: "L'Istat dice che…, ma l'Eurispes dice che…" anche quando dall'altra parte non c'era chiarezza metodologica e rigore scientifico.

Che fare ora? Il problema della credibilità della statistica è troppo serio per pretendere che gli statistici possano risolverlo da soli. Difficile d'altra parte illudersi di "educare" i media, come si può ben capire da un episodio raccontato alla conferenza di Roma da un disilluso Pierluigi Magnaschi, direttore dell'Ansa. Per risolvere il problema dell'eccessiva discrepanza nella stima della partecipazione alle manifestazioni, la Questura di Roma aveva fatto predisporre una serie di rilievi aerofotogrammetrici che consentono di valutare l'effettiva capienza delle piazze in cui si svolgono comizi e cortei. Ma i giornali hanno continuato a dare più credibilità (per esempio mettendole nei titoli) alle cifre fornite dagli organizzatori e così la Polizia ha semplicemente smesso di dare i numeri, quelli giusti.

Se è nella tecnica dei media costruire il "teatrino", è necessario semmai cambiare i ruoli di chi al teatrino partecipa. Come? Innanzitutto, con un po' più di senso di responsabilità da parte del mondo politico, di destra e di sinistra, che non può avallare la credibilità della statistica ufficiale solo quando gli fa comodo, senza rendersi conto che rischia di dilapidare un patrimonio comune. A Palermo, il sottosegretario all'Economia Gianfranco Micciché è arrivato a dire che può essere utile far crescere più istituti di statistica in concorrenza tra loro: una soluzione che non esiste in nessun paese del mondo. Parafrasando quanto ha scritto il vicedirettore del Corriere della Sera Dario Di Vico, "quando la politica è incapace di mediare tra gli interessi che rappresenta sceglie in maniera irresponsabile di mettere nel tritacarne le istituzioni".

Da parte sua, l'Istat può mostrare più coraggio nel precisare, spiegare, rettificare tempestivamente, ma anche il mondo accademico deve smettere di fare il pesce in barile. Alla Conferenza di statistica si è proposto di regolamentare la diffusione di studi statistici con lo stesso rigore con cui sono oggi regolamentati i sondaggi, che non possono essere pubblicati se la metodologia non è dichiarata sul sito del Garante delle Comunicazioni: una misura che nel caso dei sondaggi, è effettivamente servita a riportare un po' d'ordine nel settore. Ma se anche non si dovesse arrivare a un intervento di tipo legislativo per le elaborazioni statistiche, basterebbe un po' più di chiarezza da parte degli esperti, così prodighi di commenti sui giornali. Come ha detto nella sua relazione a Roma il giurista Mario Pilade Chiti, "Libertà di iniziativa statistica e potenziale ruolo dei privati (…) non comportano il diritto a una concorrenza becera nei confronti della statistica ufficiale. Se eventualmente critica ha da essere, essa si deve esprimere attraverso una contestazione scientificamente motivata e nelle forme appropriate".

Può darsi però che il clima politico e il malcostume culturale del Paese siano tali da rendere quasi impossibile l'inverarsi di questi auspici. E allora? Una speranza, ancora una volta, arriva dall'Europa. Intendiamoci, la statistica europea ha subìto un trauma ben più grave di quella dell'Istat, per gli scandali che hanno portato al cambio della sua dirigenza. Oggi però si comincia a parlare apertamente della trasformazione di Eurostat (che attualmente è un pezzo di una direzione della Commissione europea) in un'Agenzia con le stesse garanzie di autonomia della Banca centrale europea: ne ha accennato a Palermo lo stesso Trichet. Se questa agenzia nascesse, con poteri adeguati, gli istituti di statistica che ne applicano le metodologie a livello nazionale ricaverebbero di riflesso una maggiore credibilità. Si tratta di un processo complesso, perché nessun governo vuole spogliarsi della funzione statistica, ma sarebbe nella logica della costruzione europea. Bisognerà arrivarci, un giorno o l'altro.

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