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I nodi irrisolti sul futuro di Telecom Italia

La sit com di Rossi e Tronchetti

Casa Telecom: se tutti giocano al toto-azionista nessuno pensa a fare impresa

di Davide Giacalone - 12 marzo 2007

Guido Rossi ha agito da par suo, ma i problemi di Telecom Italia restano lì, in attesa di soluzione. Avevamo segnalato quanto l’annuncio unilaterale, fatto da Tronchetti Provera, di una trattativa con gli spagnoli di Telefonica ponesse agli amministratori di Telecom Italia un grave conflitto d’interessi: o servire quelli dell’azionista più consistente, danneggiando quanti detengono l’82% della società, oppure voltargli le spalle, bocciandone l’iniziativa. Rossi ha scelto la seconda strada, si è sottratto al conflitto d’interessi ed ha agito ricordando pagine da lui stesso vergate.

Il guaio, però, è che ciò avviene in assenza di una strategia industriale ed in difetto di legittimità sostanziale, al punto da lasciare dubbiosi sulla tenuta temporale di questo squilibrio. Cercando l’alleanza ed il soccorso degli spagnoli Tronchetti Provera mostrava di avere un’idea per il futuro di Telecom e sulle possibili sinergie. Aveva fatto finta di dimenticare, però, che lui non amministra più Telecom e, pertanto, non può disporne. Il consiglio d’amministrazione, invece, ed il management, non solo può, ma deve dire quel che intende fare con la società, e qui la nebbia si fa fitta. Non ci sono idee, non c’è strategia, non c’è neanche consapevolezza di quanto il mercato stia cambiando. Ai piani alti ci si occupa di finanza e di giustizia. Le telecomunicazioni sono oltre l’orizzonte.

Lo scontro ha fatto finire il socio più forte (Olimpia, e questa per Pirelli) in minoranza. Ma ad aprile ci sarà l’assemblea e se tutto resta com’è quel socio potrà rifarsi. Potrà? Mica tanto, perché si ritroverebbe ad avere a che fare con gli stessi problemi per cui chiamò Rossi alla presidenza, giustizia compresa. Lo stesso Rossi che ha posto Olimpia nella sgradevole situazione di vedere sfumare la presa su Telecom, mettendo a rischio il valore del premio di maggioranza. Una mazzata micidiale. Ciò significa che, da qui all’assemblea, o Pirelli riesce a vendere, accontentandosi di un prezzo più basso, o si rassegna a dissanguarsi senza contare niente, o, infine, spodesta Rossi. Quest’ultimo n’è consapevole, tanto da dire che non si ricandida se non c’è chi lo elegge. Può essere lo stesso Rossi il regista della soluzione, portando una cordata di banche a sostituire Pirelli in Olimpia? Difficile e non ragionevole.

Intanto perché le banche dovrebbero pagare un prezzo elevato, senza avere alcuna sinergia, tornando là da dove erano appena uscite e per conquistare una società con cash flow calante. Poi perché dovrebbero restare a far le belle statuine, o a promuovere una vendita ad altro operatore, ritrovandosi con i problemi politici che Tronchetti ha maldestramente gestito. Il tutto senza dimenticare che l’interesse collettivo, quello dell’Italia, è che si aprano al più presto le gare per l’assegnazione del WiMax, spronando il mercato alla maggiore concorrenza, offrendo ai consumatori tariffe più basse, ma anche togliendo valore a quella rete Telecom che il duo Rovati-Prodi voleva comperare con i soldi dello Stato.

Il quadro, dunque, è quello di una Telecom Italia che non ha risolto, e forse neanche affrontato, nessuno dei suoi problemi strutturali, che è sì guidata societariamente da mani esperte, ma che hanno appena finito di mettere in minoranza l’azionista di riferimento, cui devono la nomina. Tutti hanno paura a far movimenti bruschi perché la società si trova in fase calante e, specie l’azionista, sotto stretta osservazione giudiziaria. Noto che a molti sembra piacere la sceneggiatura degli scontri e la danza che spinge alcuni a zompettare da una parte all’altra, ma lo spettacolo rischia d’essere costoso. Per tutti.

www.davidegiacalone.it

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