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Public Policy

L’effetto placebo del decreto Bersani

La siringa palliativa è vuota

Liberalizzazioni nel mercato dei taxi? È presto detto. Intanto, si riaprono le trattative

di Davide Giacalone - 31 maggio 2007

Da poco meno di un anno il decreto Bersani, a sentire l’autore ed i tanti che lo ripetono, presidente del consiglio in testa, avrebbe introdotto importanti liberalizzazioni, e fra queste anche quella nel mercato dei taxi. La liberalizzazione non riguardò le tariffe, ma le licenze, quindi il numero di auto bianche a disposizione dei cittadini. Ci furono proteste, gli esponenti dell’opposizione si fecero fotografare accanto ai tassisti in rivolta e noi, invece, poveri illusi, difendemmo l’idea di Bersani. Certo, non è che fosse bello cominciare a liberalizzare dai taxi, ma, insomma, l’importante era cominciare. E’ passato quasi un anno e non è cambiato nulla, anche perché Bersani dovette accorgersi che a causa della riforma del titolo quinto della Costituzione, da lui stesso votata, assieme all’intera coalizione di cui fa parte, la cosa non era neanche di sua competenza.

I taxi non sono aumentati, nelle grandi città si fa comunque la fila e se piove una macchina pubblica diventa un miraggio. Fra amici ci si scambia, con fare carbonaro, i numeri riservati dei radio taxi, quelli con cui è possibile interloquire quando i reclamizzati centralini ti fanno rispondere dalla musica e dalla richiesta d’attendere il giorno successivo. Bene, anzi, male.

Ora si è tornati alla stagione del caldo e, da capo, il governo vuole liberalizzare qualche cosa che abbia a che vedere con i taxi. Ma non lo avevano già fatto? No, appunto. Adesso si discute dell’ipotesi d’introdurre figure terze, che non si sa esattamente cosa siano, che forse sono pensate per i disabili, ma, sempre forse, potrebbero anche creare alternative ai taxi. Ed i tassisti protestano, scioperano, sfilano e bloccano il traffico. Il governo risponde loro che sarà meglio dialogare, posponendo in coda la norma contestata. Quindi se ne riparlerà più avanti.Insomma, non solo l’infermiere ha la mano tremula ed infila l’ago a poco a poco, martoriandoti la chiappa, ma, per giunta, la siringa è vuota, priva d’ogni effetto benefico. Già ci deliziamo con i gay pride, dove compaiono anche omoni in lattex, non resta che candidarsi anche per il sadomaso pride.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario