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Attenti al panico degli operatori finanziari

La sindrome “flight to quality”

La situazione italiana è in forte rischio e rischia di degenerare in una “deriva Argentina”

di Enrico Cisnetto - 22 settembre 2008

Si chiama “flight to quality” ma non ha niente a che vedere con la vicenda Alitalia. E’ la parola d’ordine che circola in questi giorni sui mercati finanziari. In gergo tecnico, definisce la situazione che si verifica in momenti di grave crisi, quando gli operatori diventano preda del panico e “volano”, appunto, verso impieghi considerati più che sicuri (a scapito di quelli rischiosi). Questo “flight to quality” ha assunto negli ultimi giorni una connotazione precisa: una massiccia corsa ai titoli di Stato tedeschi, e una fuga parallela da quelli di paesi considerati meno sicuri come Francia, Spagna e soprattutto Italia. Il risultato è che il differenziale tra i rendimenti dei titoli tedeschi (Bund decennali) e i Btp italiani ha sfondato la settimana scorsa un record storico dopo l’altro: prima 70 punti base (lunedì 15 settembre), poi 75 (martedì 16), infine ha sfiorato gli 80 punti (giovedì 18).

Certo, sembrano spread comunque bassi rispetto ai tempi pre-euro: basti pensare che nel periodo 1990-1996 il differenziale medio tra i Bund e Btp espressi in lire è stato di 452 (quattrocentocinquantadue!) punti base, per poi scendere verticalmente a 25 punti (media del periodo 1999-2005) dopo la creazione dell’eurozona, con un indubbio vantaggio anche in termini di interessi passivi. Ogni 100 punti base di costo di finanziamento del debito, infatti, equivalgono a circa 13 miliardi di euro all’anno (una manovra finanziaria, e nemmeno delle più leggere). Ma non c’è nulla di cui consolarsi.

Perché da quando è iniziata la crisi immobiliar-finanziaria (luglio 2007) il divario tra Bund e Btp è più che raddoppiato, visto che un anno fa era di 27 punti base. Ed è il segnale che il “rischio Italia” è in aumento. Del resto, come potrebbe essere altrimenti se i nostri fondamentali continuano a peggiorare? Alla faccia di chi ha parlato anche recentemente di ripresina – magari trainata dall’export – la recessione è ormai conclamata. A certificarla è stata da ultima Confindustria, che ha previsto per il 2008 una crescita annua negativa, seppure di un solo decimo di punto, cosa che dal Dopoguerra è successa solo due volte, nel 1975 e nel 1993. E ad appesantire ulteriormente il clima è arrivato anche il Fondo Monetario, che ha tagliato nuovamente le stime di crescita sull’Italia e ha segnalato il “rischio conti pubblici”.

Insomma, l’allarme che arriva dal fronte del mercato dei titoli di Stato è forte e chiaro. E tuttavia, pochi sembrano coglierlo. Non so se per ingenuità o per malafede. Quello che è certo è che se non si metteranno velocemente in atto misure drastiche sia sul fronte della crescita che su quello del controllo della finanza pubblica, l’Italia rischia di cadere bruscamente anche da quel piano inclinato su cui scivola da 15 anni. Io non credo alle voci, che circolano con insistenza tra broker e addetti ai lavori, di una “deriva Argentina”. Eppure, non si deve dimenticare che se arrivasse oggi un downgrade sui bond italiani, i fondi internazionali dovrebbero venderli in massa. E poiché il Tesoro paga i titoli in scadenza con i soldi che arrivano dalle nuove sottoscrizioni, se le nuove aste dovessero andare deserte – cosa già successa qualche mese fa, per la prima volta in dieci anni – ci ritroveremmo nell"impossibilità di far fronte al pagamento degli interessi. Non è Argentina, ma poco ci manca.

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