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Si può pensar male e poi agire bene?

La sfida urlata del Ministro Brunetta

Ma non è con i toni eccitati (o esaltati?) che si aumentano i consensi

di Elio Di Caprio - 21 settembre 2009

A pensar male, diceva ( e forse ancora dice) Giulio Andreotti si fa peccato, ma spesso ci si azzecca. Si potrebbe dire la stessa cosa per le intemerate che a getto continuo il Ministro Brunetta sforna e proclama. Anche a parlar male spesso ci si azzecca, qualcosa di vero è sempre rinvenibile, specie se prima o poi vengono richiamati i nostri ricorrenti vizi nazionali che affiorano tra le pieghe dei comportamenti individuali e collettivi. Ma ciò vale anche quando si critica la figura dello stesso Presidente del Consiglio, non a caso poco capita, ancor prima di essere criticata, dai mass media di tutto il mondo. Vale per la campagna parossistica contro i fannulloni di Stato, vale per la critica ad un certo conformismo politico-intellettuale che si impone (in)spiegabilmente nella visione comune delle cose, negli anni scorsi e per troppo tempo con le stimmate della sinistra, ora con quelle della destra.

Vale per l’insofferenza verso le ipocrisie di chi predica bene e razzola male, a cominciare da alcune gerarchie ecclesiastiche che non avrebbero diritto a criticare il potere laico prima di aver visto i difetti in casa propria, come il caso Boffo insegna. Vale infine per la facile critica a tutte le caste, non a caso tutte imputate di fare i loro interessi a scapito degli altri: si è partiti dalla casta politica per accorgersi che esistono caste altrettanto criticabili, da quella giudiziaria a quella giornalistica, ora a quella burocratica che si vede pubblicizzare on line gratifiche e stipendi da capo giro, a quella dello spettacolo. Se non fosse un Ministro della Repubblica, come Brunetta, a denunciare questo “malcostume” si potrebbe pensare che siano ancora una volta un Grillo o un Di Pietro, i descamisados” dell’opposizione, a proclamare che il re è nudo, che così non si può andare avanti, che i giochi dietro le quinte delle caste sono quelli veri, tra complotti e congiure, per ingannare il popolo disinformato che si è espresso liberamente in libere elezioni.

E’ chiaro però che in tal modo, mettendo tutto e tutti nel tritacarne, sarà facile a chiunque pensare – a pensar male appunto ci si azzecca spesso se non sempre- che non c’è alcun pulpito, laico o cattolico, di cui fidarsi, così puro da insegnare agli altri quel che si dovrebbe e potrebbe fare, senza interessi di parte. E’ questo il caso del pulpito immacolato di Renato Brunetta, con i suoi proclami “rivoluzionari” che solo lui ha il coraggio di rendere pubblici? Può essere che il Ministro in alcune cose abbia ragione – lo dimostra la reazione cauta della sinistra alla campagna contro i “fannulloni” visto che alcuni difetti della nostra macchina nazionale sono sicuramente indifendibili- ma quello che non torna è la foga dei proclami, l’intento scopertamente propagandistico oltre che reale, il reclamare obbiettivi difficilmente raggiungibili in poco tempo e scoperti solo grazie all’antiveggente intelligenza di Brunetta. A dare più pathos alle sue denuncie ora si aggiunge l’insofferenza irata verso i tanti “nemici” nascosti che assedierebbero e congiurerebbero contro la cittadella del berlusconismo a cui Brunetta deve pur sempre il suo successo. Poco importa che l’assedio stia diventando più di carattere culturale che politico e non per merito di una sinistra che non c’è, ma a causa delle tante incongruenze di una maggioranza di cui Brunetta è espressione: sono proprio gli affanni di chi gioca in difesa a dimostrare più debolezza che forza in questo momento.

Cavalcare la propaganda sulle prime pagine dei giornali e sulle televisioni- come fa il Ministro- con slogans ripetuti e prese di posizione estreme e sprezzanti può essere certamente più efficace di mille editoriali di “Repubblica” che pochi leggono con attenzione e non arrivano alla pancia della gente, ma diventa un gioco pericoloso e inutile quando gli imputati sono troppi, dalla sinistra (solo quella malvagia, per carità..) ai giornalisti ( anche quelli televisivi, anche Emilio Fede?), ai poteri forti, ai magistrati, ad alcuni ambienti della Chiesa, alla parassitaria industria dello spettacolo. Né aiuta a raggiungere i risultati che il Ministro si propone (per conto suo o dell’intero governo?) il solito machiavellismo italiano – questo sì veramente provinciale - per cui i toni eccitati o esagerati fino all’esaltazione dovrebbero risultare più efficaci di un ragionamento pacato e argomentato oppure la pretesa che sia comunque meglio indicare obbiettivi alti e irraggiungibili di riforma per contentarsi poi di medi risultati.

Chi potrebbe dare torto a Brunetta se l’assenteismo nel pubblico impiego si è ridotto del 30% e non già del 70%? Ma non è solo questo. Non ha certamente torto il Ministro quando rinfaccia ai familiari di Roberto Rossellini che il loro antifascismo è ipocrita quando sono ben documentate le sovvenzioni e le connivenze con il fascismo del regista di “Roma, città aperta” all’inizio della sua carriera artistica. Ma a poco serve richiamare così tardi una tale plateale verità solo per polemizzare con la gente dello spettacolo che lamenta il taglio dei fondi pubblici ad un’attività che non può assolutamente reggersi con gli sponsors e i fondi privati. Abbiamo visto che fine hanno fatto le denuncie di Beppe Grillo contro le caste o i funambolismi dialettici di Antonio Di Pietro. Fare parte di un’elite, come Brunetta (quella votata dal popolo), e prendersela con l’altra elite ( quella vera, nascosta e non eletta) può essere un comodo espediente dialettico, ma non è così che ne esce migliorata la credibilità della classe politica nel suo complesso. Non vorremmo che la foga e l’ira fino all’insulto di un Ministro in carica verso gli avversari ( tanti e troppi in una volta) abbiano i medesimi effetti di disincanto e di indifferenza su un’opinione pubblica già troppo frastornata da mille messaggi propagandistici.

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