ultimora
Public Policy
  • Home » 
  • Archivio » 
  • La sfida impossibile dei maghi dell’economia

Troppi gli interrogativi ancora senza risposta

La sfida impossibile dei maghi dell’economia

Come prevedere il futuro se non si riesce neanche a ricostruire il passato prossimo?

di Elio Di Caprio - 08 maggio 2009

Si può essere più rilassati di prima quando la minieuforia di borsa sembra annunciare la ripresa, c’è recessione e non depressione, per ciò che riguarda l’Italia la Fiat va lontano nell’Europa e nel mondo. Ma troppi interrogativi rimangono sospesi sul nostro avvenire.

Il Rettore della Cattolica di Milano, Guido Tabellini, si fa la stessa domanda, chiara e precisa, che ci poniamo tutti da tempo, se la crisi economica originata dalla finanza è una crisi sistemica e un punto di svolta oppure un incidente temporaneo, presto riassorbibile, dovuto alla crescita troppo rapida dell’innovazione finanziaria.

Tabellini propende per l’incidente di percorso anche se le sue analisi lasciano qualche legittimo dubbio. Ammettiamo pure che sia già possibile ricostruire il passato prossimo. Ma una serie di fatti accaduti, certamente verificati solo a posteriori, messi uno accanto all’altro, non danno una spiegazione convincente del perché si è realizzata quella che viene definita una “tempesta perfetta” dovuta magari ad una sfavorevole congiunzione astrale.

Avevamo il dubbio che fossero stati i soli mutui subprime americani, lo slogan enigmatico dato in pasto all’opinione pubblica a spiegazione di tutto, a generare lo sconquasso e Tabellini ce lo conferma quando dice che tali mutui ammontano a un trilione di dollari, cifra ragguardevole in assoluto ma modesta se raffrontata agli 80 trilioni di dollari di attività finanziarie del sistema bancario mondiale.

Del resto, se non fosse così, verrebbe da pensare a cosa potrebbe succedere tra 30 o 40 anni se in proporzione una simile esposizione finanziaria a debito, come quella dei mutui subprime americani, dovesse colpire una Cina capitalista sviluppata, magari leader del mondo, con una popolazione di un miliardo e trecento milioni di individui. Ma sarebbe fantaeconomia.

Quale la soluzione ora? E’ la “solita” regolamentazione da rimettere in vita, quella che è mancata negli USA e quindi nel mondo non si sa da quanto tempo ( prima di Bush o con Bush) e se per dolo o per colpa grave. Anche per altri economisti come Padoa Schioppa e Giulio Tremonti, la chiave è la regolamentazione e se la crisi è globale ci deve essere una regolamentazione globale.

Tutti d’accordo i nostri economisti. Ma come? Creando una nuova moneta globale che non sia il dollaro? Ma non entrerebbe subito in gioco il fattore politico a rendere di fatto impossibile raggiungere l’obiettivo? Del resto, tra tante disinformazioni e parole al vento, di una cosa possiamo essere sicuri: la crisi è nata negli USA, è lì che sono mancate le regole, è lì che si è fatta strada la cultura del debito, è lì che sono stati fatti degli errori prima e durante la crisi.

Peccato che ce ne accorgiamo solo adesso. Ci sono state improvvisazioni, sbandamenti, troppe toppe messe in fretta senza un disegno organico di intervento, lo stesso Bush è stato preso in contropiede e ne è uscito malissimo. Tutto vero. Ma come si poteva fare diversamente se a tutti sono sfuggite le vere cause della crisi, a parte lo spot sui mutui subprime?

E qui veniamo al punto dolente messo in rilievo dallo stesso Tabellini per gli scenari futuri: lo Stato interviene, è intervenuto a correggere facendosi carico dei debiti delle banche, ma quali contribuenti saranno chiamati a farsi carico dei debiti delle banche se si tratta di istituzioni multinazionali?

Qualcuno perderà più degli altri nel grande risiko mondiale della finanza, l’enorme immissione di liquidità già avvenuta non può essere ritirata dai mercati da un momento all’altro ed è dietro l’angolo ad aspettarci una spirale di inflazione con i prezzi in salita, compresi quelli dell’energia.

Si dà per scontato che il debito pubblico dei Paesi avanzati del G20, dice l’informato Tabellini, arriverà a superare il 110% del reddito complessivo entro il 2014.

Noi in Italia siamo già oltre da un pezzo. Ma c’è da fidarsi di un tale scenario? Gli economisti hanno spesso sbagliato, non si sono accorti del fiume in piena o della pentola che stava per scoppiare. Se tutti hanno cavalcato o sono stati indotti a cavalcare un’economia a debito senza fine, difficile dire che dopo il risveglio non si debbano fare i conti con una crisi di sistema anche se per ora non si sono viste conseguenze drammatiche. Non basterà la fiducia che va e viene e la nuova regolamentazione invocata da più parti, compresa la caccia ai paradisi fiscali, per chiamarci fuori da questo periodo tormentato una volta per tutte.

Per Tabellini è una stupidaggine parlare di crisi del capitalismo, fine della globalizzazione e inizio obbligato di una nuova cultura e di un nuovo modo di pensare. Può essere che abbia ragione o abbia ragione a metà. Tommaso Padoa Schioppa sembra pensarla diversamente e ha buon gioco ad accusare di veduta corta il mondo a guida americana che si è fatto travolgere da un modello sbagliato di vita individuale e collettivo. Giulio Tremonti, giurista e non economista come egli si vanta di essere, ha dato precocemente la sua ricetta poco globale di un ritorno a Dio, Patria e Famiglia.

Se hanno ragione Padoa Schioppa e Tremonti vuol dire comunque che siamo ben lontani dagli anni ’30 quando nessuno si sarebbe sognato di imputare quella fase d’arresto dell’economia ad un modello di sviluppo consumistico. La realtà è che si naviga a vista tra dati incerti.

Gli economisti, dopo il fallimento di tanti modelli matematici, sono quasi costretti a invadere il terreno di caccia di quei filosofi e di quei sociologi che da anni avvertono l’inostenibilità globale dell’attuale modello di sviluppo senza peraltro indicare una via d’uscita possibile e credibile. Non sarà la fine del capitalismo, come dice Tabellini, ma certamente abbiamo capito che non sarà la “scienza” economica a rassicurarci per il futuro.

Social feed




documenti

Test

chi siamo

Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario