ultimora
Public Policy

È ora di discutere la politica della Bce

La ripresa e il supereuro

Nessun paese al mondo può fare politica economica senza l’uso della leva monetaria

di Enrico Cisnetto - 19 ottobre 2009

D’accordo, il cambio di 1,50 con il dollaro per l’euro è solo una soglia psicologica – che venerdì è stata sfiorata (1,4967), ma che tutti gli analisti prevedono venga sfondata a brevissimo – perché il massimo storico assoluto fu toccato nell’aprile del 2008 con 1,6150. Ma a parte il fatto che in molti report si leggono previsioni di un cambio a 1,7-1,8 a cavallo tra fine 2009 e inizio 2010, anche se la spirale di svalutazione della moneta americana e di rivalutazione di quella europea finisse qui – con uno scarto superiore al 15% rispetto ad un anno fa, quando il cambio era intorno a 1,30 – saremmo comunque di fronte a quotazioni che non trovano riscontro nei fondamentali delle due economie reali. Perché se oltreoceano la crisi ha picchiato più duramente sui mercati finanziari, nei quali è nata, l’Europa ha accusato di più il colpo nella fase recessiva della crisi, tanto da consuntivare nel 2008 e da prevedere per quest’anno e il prossimo andamenti del pil più negativi rispetto agli Stati Uniti.

Certo, alla caduta del dollaro hanno contribuito anche elementi di strumentalità; per giorni si sono ricorse voci, poi smentite, di una sua sostituzione con l’euro negli scambi commerciali mondiali, tanto da far scrivere The Independent – anch’esso smentito – di trattative segrete tra stati arabi, Russia, Cina, Brasile, Giappone e Francia per mettere fine allo storico binomio dollaro-petrolio. E non ha torto Henry Kissinger nel denunciare (ieri a Le Figaro) che la Cina non vuole più la dominazione del dollaro sull’economia globale.

Ma resta il fatto che sono le diverse politiche monetarie di Federal Reserve, che ha sempre tenuto i tassi più bassi fino a portarli a zero, e di Bce ad essere la causa principale di questo anomalo rapporto euro-dollaro. Finora agli americani avere la moneta debole ha fatto gioco, anche se non sono pochi quelli che sostengono sia giunto il momento di invertire la tendenza (dalle pagine del New York Times David Malpass ha invitato Obama a rigettare la politica di svalutazione di Bush). Ma non altrettanto bene ha fatto e fa all’Europa (tantomeno all’Italia, che soffre nell’export verso i paesi che pagano in dollari).

Certo, finora il cambio non è stato il più urgente dei problemi, vista la recessione. Ma se è vero che siamo in una fase di uscita dalla crisi, per il Vecchio Continente (e soprattutto per l’Italia) questo cambio rischia di rendere arduo l’aggancio della ripresa. Dunque, l’Europa non può limitarsi a prendere atto delle scelte fatte dalla Bce. Sappiamo che i singoli paesi si sono spogliati delle politiche monetarie nazionali per delegarle all’istituto guidato da Trichet e che la Commissione europea, che dovrebbe fare da “interfaccia” della Bce, non ha rappresentatività e quindi forza politica. Ma nessun paese al mondo può fare politica economica senza l’uso della leva monetaria.

Basta vedere il livello di coordinamento tra la Fed e l’amministrazione americana (quale che essa sia). Inoltre, se un autorevole membro del board della Bce come Bini Smaghi dice di temere una nuova ondata di pesanti svalutazioni delle banche continentali, significa che occorre assolutamente evitare che si rovesci il percorso della crisi, cioè che dopo essere passata dalle banche alle imprese torni di nuovo alle banche, perché la ripresa andrebbe a farsi benedire. Va bene che l’autonomia della Bce è sacra, ma in questa fase così delicata la politica monetaria non dovrebbe essere quantomeno discussa? Sarebbe il caso che le maggiori cancellerie di Eurolandia prendessero l’iniziativa, e in fretta.

Social feed




documenti

Test

chi siamo

Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario