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Le contraddizioni nostrane

La ripresa che non c’è

Le spirali perverse che preoccupano gli economisti italiani

di Enrico Cisnetto - 02 dicembre 2009

Ma come, aumenta la disoccupazione proprio mentre arriva la ripresa? Già, sembra una contraddizione, ma non lo è. I dati forniti ieri dall’Istat sul mercato del lavoro a ottobre ci dicono che il numero dei disoccupati ha superato i 2 milioni, essendo aumentato di 236 mila unità rispetto ad un anno fa (+13,4%), raggiungendo l’8% della forza lavoro, peggior risultato dal marzo 2004 e 1,2 punti percentuali in più della media del 2008. Tuttavia, questa situazione può persino apparire rassicurante se la si confronta con quella dell’Unione Europea, dove la disoccupazione è arrivata al 9,3%, e ancor più con quella dell’Eurozona (9,8%).

A conferma che finora abbiamo pagato la recessione in modo piuttosto contenuto, ma anche che il cambiamento della congiuntura – sottolineato da previsioni più confortanti da parte della Confindustria, nonostante la produzione industriale sia ancora di oltre un quinto inferiore a quella pre-crisi e l’export segni -23% – non comporta affatto una stabilizzazione del mercato del lavoro. Anzi, le previsioni sono di una grave moria di piccole e medie imprese (Confindustria aveva parlato di 1 milione di aziende a rischio, Banca Intesa di non meno di 250 mila, mentre Confesercenti dice che già 70 mila hanno chiuso i battenti e che altre seguiranno), e di conseguenza di un taglio di posti di lavoro non inferiore al mezzo milione.

Anche perché i consumi interni sono fermi e le esportazioni arrancano, e dunque finora si è giocato sullo smaltimento delle scorte e il riempimento dei magazzini. Da questo punto di vista il caso dell’auto è emblematico: anche a novembre, come già nei mesi scorsi, c’è un stato un boom di immatricolazioni (+32% il mercato, +27,7% la Fiat), ma ciononostante proprio ieri Marchionne ha ribadito che lo stabilimento Fiat di Termini Imerese dovrà smettere di produrre macchine ed essere riconvertito a non si sa bene cosa.

Insomma, la recessione sarà pure finita, ma la ripresa – che è già piena in Asia e sta arrivando negli Usa – da noi ancora non si vede, e anzi il rischio è che rientri dalla finestra per effetto del fatto che, con la domanda e gli investimenti piatti, le aziende che finora hanno disperatamente procrastinato il redde rationem con la competizione globale saranno costrette a chiudere i battenti, generando nuova disoccupazione (l’Ocse prevede che si arrivi all’8,5% nel 2010 e all’8,7% nel 2011), che avrebbe caratteristiche di strutturalità. Con grave danno per i consumi interni e per il commercio estero, e dunque per le stesse possibilità di ripresa.

Ma non è solo questa spirale perversa a preoccupare chi monitora con realismo la situazione della nostra economia. Infatti, a ben guardare, tra i dati Istat di ieri ve n’è una ancora peggiore di quella della disoccupazione: viene dal conteggio degli inattivi (categoria che include studenti, casalinghe, ma anche i cosiddetti “scoraggiati”, cioè i disoccupati di lungo corso che non cercano più lavoro perché sono convinti di non trovarlo), che sono arrivati a oltre 14,7 milioni, pari al 37,4% della popolazione attiva.

Il che significa che lavorano meno di due italiani su tre di quelli tra i 15 e i 64 anni di età, compresi coloro che svolgono attività a tempo parziale (oltre 2,5 milioni) e a carattere temporaneo (oltre 1,2 milioni). Proporzione che si rovescia se si considera l’intera popolazione: su 60 milioni di abitanti, circa 8 e mezzo sono quelli sotto i 15 anni e ben 12 quelli sopra i 65 anni. Se si aggiungono gli oltre 14,7 milioni di inattivi e i 2 milioni di disoccupati iscritti alle liste di collocamento e effettivamente in cerca di impiego, si arriva a 37 milioni che vivono grazie al lavoro degli 23 milioni, grosso modo divisi tra 17 milioni di dipendenti e 6 di autonomi. Ergo, solo il 38% degli abitanti si fa carico di produrre la ricchezza per tutti.

Naturalmente queste sono le statistiche ufficiali, a cui sfugge per forza di cose l’economia sommersa. Che molti accreditati osservatori calcolano essere circa tra un quarto e un terzo di quella emersa. E nel “nero” ci sono tanto i lavoratori che non sono in regola quanto i “secondi lavori” di chi ha già una qualche occupazione. Ma è questa è una consolazione per modo di dire.

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