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Tutto crolla (non solo i mercati) e nessuno è pronto

La rincorsa al partito che non c’è

Ma chi riparerà i danni della commistione pubblico-privato?

di Elio Di Caprio - 19 settembre 2011

Da una parte Silvio Berlusconi- sempre lui- perseguito dalle procure di mezza Italia per i suoi affari privati, ancora sulle prime pagine di tutti i giornali nazionali e internazionali, che si presenta al processo Mills, dall’altra il claudicante oracolo Umberto Bossi che, sorretto dalla mano del figlio, parla e sparla ancora di secessione. Con una siffatta immagine quale credibilità può mai avere la maggioranza di governo non rispetto ai mercati ma all’intero mondo che ci guarda? Oppure siamo tutti vittime di un eccesso di notizie che occultano una realtà ben diversa e non siamo di fronte a quello che sembra un crollo inarrestabile?

Si capisce meglio di un determinato periodo politico quando è tramontato, quando il mosaico o il puzzle si ricompone con elementi che prima non si conoscevano e con il distacco dovuto al venir meno di emozioni passeggere o di suggestioni propagandistiche. E’ successo per quanto riguarda le vicende italiane con il fascismo al potere o con il maggiore partito comunista dell’Occidente all’opposizione per più di 40 anni - ma parliamo del secolo scorso- e ancora ci chiediamo come è stato possibile e perché. Sembra che stia succedendo la stessa cosa, con le dovute proporzioni, con il format berlusconiano al tramonto, ma non ancora imploso, e ancora ci chiediamo perché e come è stato possibile e che cosa rimane di un percorso politico viziato fin dall’inizio dai lasciti peggiori della “Prima Repubblica”.

E’ l’esito di un percorso che ora rischia di avere troppi padri o nessun padre, forse perchè gli attori sono tanti o perché gli italiani sono sempre gli stessi, non sono gli altri, come amava dire con spregiudicato cinismo l’intelligentissimo Francesco Cossiga. Gli storici futuri si occuperanno di tutto il periodo che stiamo vivendo da 17 anni, con governi di destra o di sinistra, e troveranno sempre le solite difficoltà a distinguere tra precursori consci o inconsci, tra complici ed oppositori tutti d’un pezzo, tra quelli che avevano capito prima degli altri e quelli che hanno capito dopo, ma neppure in questi tempi di disinformazione continua possono sfuggire i nodi cruciali che ci hanno portato a questo punto. Gli storici potranno aggiungere qualcosa di contorno, parleranno del conflitto magistratura-politica più virulento che mai con i governi di centro-destra, ma poi gli errori politici fatti sono ben altri e già chiari : basta pensare all’avvenuto stravolgimento di un assetto bipolare già improvvisato ed aggravato dalla legge elettorale successiva che ora sembra orfana e senza padri e tutti vorrebbero mandare al macero. E’ bene a questo proposito non dimenticare che questa legge elettorale, il “porcellum” che potrebbe essere eliminato solo da un referendum abrogativo- ammesso che si faccia in tempo- e non certo da una tardiva resipiscenza del Parlamento, è vigente da tre legislature ed ha consentito alla stessa sinistra dell’Ulivo di vincere di misura le elezioni del 2006 con l’indicazione sulla scheda elettorale di Prodi quale futuro presidente del Consiglio.

Sarebbe stato troppo chiedere alla sinistra di disfarsene dopo aver vinto grazie ad essa o alla destra di rinunciarvi dopo averla proposta? Non è successo ed ora ne paghiamo le conseguenze. Aggiungiamoci poi lo sprovveduto pateracchio della presunta semplificazione della politica italiana che solo due grandi partiti, il PD e il PDL, entrambi troppo grossi ed eterogenei, avrebbero potuto assicurare e poi rivelatisi invece incapaci di governare o di opporsi come dimostrato dalle vicende degli ultimi anni.

Il parlamento dei nominati ne è stato la diretta conseguenza, ci ha consegnato gli Scilipoti e i Calearo, i combattenti sull’altro fronte, passati ( ma non solo loro) da una barricata all’altra, per giunta provvisti essi stessi di un potere minore dei tanti personaggi e faccendieri di seconda fila, prima sconosciuti, che vengono alla luce a getto continuo come i mostri dei videogiochi evocati da Giulio Tremonti a proposito degli invisibili speculatori della finanza internazionale : pensavi di averli sconfitti, ma ce ne sono altri dietro.

Solo che i nostri “mostri” da videogioco mediatico e giudiziario hanno dei nomi precisi, sono facilmente individuabili dalle intercettazioni, sono alla gogna ma non è detto che ci resteranno per molto o che pagheranno, altri mostri verranno fuori perché il gioco deve continuare costi quel che costi. Fino a quando? Sono italiani loro, sono italiani i giudici che fanno insieme morale e politica, siamo italiani noi spettatori di una telenovela che non ha fine. Gli italiani appunto siamo noi, non sono gli altri, a partire dallo stesso Cossiga che patrocinando nel 1998 il primo miniribaltone dell’accoppiata D’Alema- Mastella contro Prodi inferse il primo colpo alla logica del bipolarismo. Italiano è Silvio Berlusconi, l’uomo del nord che ha inaugurato un modello di governo a mezza strada tra satrapia medio- orientale e caudillismo sud americano, italiano è l’indomito Gianfranco Fini che ha sbagliato tutti i tempi pur avendo capito in anticipo a cosa avrebbe portato la china berlusconiana che pure ha sorretto per anni, italiano è l’ex comunista Giorgio Napolitano eletto dal Parlamento – quello stesso che nell’attuale legislatura ha scommesso sulla “nipote di Mubarak”- un personaggio che deve il suo successo mediatico proprio alla figura di leader immaginario collettivo del buon senso in alternativa allo “smoderato” Cavaliere che si vanta invece di essere stato eletto dal popolo.

Italiani sono gli oppositori di una sinistra invecchiata nei giochi di potere interno, italiano è Umberto Bossi che pensa all’ampolla del Po senza che i suoi seguaci si accorgano che il carisma padano non è più spendibile in un Paese commissariato tutto intero dall’Europa e dai mercati, italianissimo è infine Antonio Di Pietro, non a caso accusato a turno di essere di estrema sinistra o di estrema destra solo perché capace di partire lancia in resta a cavalcare tutte le insofferenze e i disagi da qualunque parte provengano.

Ecco, noi tutti dobbiamo orientarci in questo puzzle assurdo e senza costrutto dove diventa persino difficile dichiararsi pro o contro perché l’unica cosa sicura è lo stallo in cui siamo ricaduti. Ne abbiamo viste di tutti i colori nel passato, compresa la stagione di Tangentopoli, ma mai nella nostra storia si era raggiunto, come nei tempi attuali da basso impero, un tale apice di commistione tra pubblico e privato da far apparire la precedente simbiosi partitocratica della Prima Repubblica un peccato quasi veniale.

Non solo siamo inermi spettatori del teatro delle continue rivelazioni sulle malefatte vere o presunte della classe politica, ma dobbiamo pure sorbirci il teatrino collaterale dei corifei e degli aficionados, di coloro che minimizzano o fanno finta di non vedere o di chi vede anche quello che non c’è nel goffo tentativo di sostituire la propaganda alla realtà. Il risultato ben visibile è quello di un Paese impotente e infastidito, smarrito perché non sa di quali “mostri” convenga preoccuparsi di più, se di quelli di casa propria o di quelli dei mercati, non trova alternative credibili, è alla ricerca di leaders che non ci sono o che sono svaniti all’improvviso. La ricerca del partito che non c’è ( ma poi per quale maggioranza?) è resa ancora più difficile dopo l’esperienza pervasiva di un leader come Silvio Berlusconi che ha creato dal niente un partito vincente e ora ce ne lascia le rovine. Con questi precedenti si fa pure fatica a definire il partito di sinistra o di destra che manca : è più facile mettere a fuoco quello che un nuovo partito non dovrebbe essere o fare che identificare un nuovo soggetto su cui puntare per reintrodurre una normale (e seria) dialettica di confronto.

E’ questa una delle eredità più pesanti della cosiddetta Seconda Repubblica incapace come la Prima di far emergere una classe politica all’altezza dei tempi, ora più che mai necessaria quando si tratta del compito di gestire una fase di impoverimento generale che può minare la coesione sociale e nazionale.

Forse è vero che la “società civile” non è tanto migliore di chi ci rappresenta al sud come al nord dell’Italia, ma non è questo un motivo per accontentarci della situazione presente, anzi proprio per questo si dovrebbe pretendere una guida minimamente esemplare che riesca a ricostruire la credibilità perduta nell’interesse di tutti.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario