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Le misure assunte per il contrasto della crisi

La riforma di Obama

Anche in Italia bisogna imboccare la strada della regolamentazione e della riforma delle Authority

di Angelo De Mattia - 19 giugno 2009

La riforma di Obama e gli indirizzi-raccomandazioni del Financial Stability Board sono, per ora, le uniche concrete decisioni assunte per il contrasto della crisi finanziaria globale e per la prevenzione dei fenomeni del genere. In questi mesi si è a lungo, anche troppo, discusso, in sede teorica e divulgativa, se la crisi finanziaria globale impone di adottare maggiori o minori regole, per non dire delle disquisizioni – a volte alla don Ferrante - sul global legal standard e sui diversi significati ad esso attribuiti.

Il Presidente Usa ha opportunamente rotto gli indugi in casa propria e ha imboccato la strada di una più salda regolamentazione, producendo una riforma degli organi di controllo e delle regole della finanza che dovrà affrontare il vaglio del Congresso. Non è la migliore delle riforme possibili, ma si tratta di una scelta pragmatica, che copre anche vuoti di regolamentazione. Non obbedisce, dunque, a schemi teorici astratti; fa i conti con la realtà e con le possibilità di essere approvata a livello parlamentare; ciò nonostante, si caratterizza come una scelta forte e come un intervento tempestivo; evita così il classico “ dum Romae consulitur...”.

Alla diagnosi della malattia, la crisi – distorto funzionamento dei mercati, carenze delle regolamentazioni e dei controlli, condotte irregolari degli intermediari finanziari, politica monetaria molto accomodante – si risponde con una prima parte della terapia, concentrata nel funzionamento degli organi di vigilanza. Vengono rafforzati i poteri della Federal Reserve in materia di supervisione della finanza, si dota la Sec di alcune nuove attribuzioni, in particolare sugli hedge fund, si istituisce il Financial Services Oversight Council, si adottano nuove regole in tema di cartolarizzazioni e di derivati.

Il trasferimento dei rischi fuori dal bilancio degli intermediari attraverso l’utilizzo di nuove tecniche viene ora rigorosamente limitato. Si innova nei soggetti (i regolatori/controllori, che dai sei passano a cinque, senza tuttavia produrre una particolare opera di razionalizzazione-concentrazione) e nelle normative.

Proprio perché resta la pluralità di organi di controllo, si prevede, poi, l’istituzione di un organismo di raccordo tra di essi, il citato Consiglio dei regolatori, nel quale il Tesoro svolgerà un forte ruolo di coordinamento e di propulsione. Prevenire e contrastare le crisi finanziarie, assicurare una corretta tutela del risparmio e dei consumatori: questo, in sostanza, lo scopo delle 85 pagine del documento che riporta le linee della riforma.

L’istituzione di un organismo di protezione dei consumatori-utenti nel settore finanziario – la Consumer Financial Protection Agency – ha pure un forte impatto mediatico. La crisi, però, sollecita una tale scelta, che è coerente con un orientamento che comincia a diffondersi anche nell’attività degli organi di controllo di altri Paesi (si veda in proposito la linea seguita da Bankitalia) i quali attribuiscono un peso crescente a questo tipo di tutela.

La riforma Usa non è paragonabile a quella operata in profondità con le più radicali leggi bancarie adottate (anche in Italia) dopo la crisi del 1929. Essa si muove nell’impianto vigente e mira a bilanciare la valutazione politica dei possibili interventi in tema di prevenzione dei rischi finanziari con le valutazioni tecniche della Fed e della Sec e con le esigenze di protezione dei consumatori.

Insomma, si tratta di far convergere poteri, ottiche e azioni concrete, di diversa natura, verso l’obiettivo della stabilità del sistema finanziario e di una sua evoluzione in funzione dell’economia reale. La riforma avrebbe potuto essere più vicina alle necessità di concentrazione istituzionale? Forse. Ma avrebbe trovato probabilmente sulla sua strada ostacoli maggiori di quelli che pur si prevedono nel Congresso ad opera dei sostenitori di linee anti-regolazione.

Quanto alla Fed che dalla riforma esce rafforzata, viene di fatto affermato che politica monetaria e funzioni di vigilanza ben possono coesistere. Le informazioni e i poteri di controllo possono costituire una efficace integrazione in funzione della stabilità monetaria e finanziaria. Le teorie sul conflitto d’interesse tra governo della moneta e compiti di controllo, lungamente sostenute in passato, risultano sconfitte alla prova dei fatti. Del resto, anche nel Regno Unito si sta riconsiderando la scelta a suo tempo operata di staccare la vigilanza creditizia e finanziaria dalla Banca centrale.

Anche l’Unione europea ha avviato l’iter per rinnovare l’architettura della vigilanza. Non ci si dota di uno strumentario nuovo solo quando si è in difficoltà, ma anche per prevenire fenomeni come quelli che stiamo subendo. E qui viene in ballo l’Italia, con l’ipotesi di riforma delle Authority tante volte discussa e puntualmente accantonata. Si può parlare di legal standard e di riforma della vigilanza europea senza nulla dire sull’architettura dei controlli in casa propria? Angelo De Mattia

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