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Public Policy

“Torniamo a vivere con i nostri mezzi”

La riforma che manca

L'ennesimo esempio positivo della Germania nella battaglia per le frustate pro crescita

di Enrico Cisnetto - 18 febbraio 2011

Mentre l’Europa è impegnata da mesi in un defatigante braccio di ferro sulla riscrittura del Patto di stabilità – dietro la quale c’è la definizione di una linea di politica economica e di finanza pubblica capace di rilanciare lo sviluppo e battere la speculazione sui titoli di Stato dei paesi più deboli, dal cui esito dipende niente meno che la sopravvivenza dell’euro – gli Stati Uniti, con una velocità che ha sorpreso anche i detrattori di Obama, hanno varato una manovra record da 3730 miliardi di dollari, con un taglio della spesa di 1100 miliardi in dieci anni per ridurre drasticamente un deficit corrente che nel 2010 ha raggiunto il 10,9% del pil e portarlo già nel 2015 al fatidico 3% (lo stesso di Maastricht), stabilizzando nel contempo il debito intorno all’80% del pil. E questa differenza di passo dovrebbe pur dire qualcosa a chi, nel Vecchio Continente, ancora crede che sia possibile fare scelte strategiche decisive come quelle che in questa fase sarebbero necessarie, senza aver prima realizzato un’integrazione politico-istituzionale stile “Stati Uniti d’Europa”.

Ma la natura della ricetta di Obama ci dice anche che la strada presa a Washington non è dissimile da quella che vorrebbe imboccare Berlino. E cioè misure di lungo periodo che comportano sacrifici ma possono risanare in modo non episodico i conti pubblici e nello stesso tempo ridefinire un modello di sviluppo i cui difetti sono emersi con evidenza in occasione della crisi globale. Quell’accorato appello “torniamo a vivere con i nostri mezzi”, lanciato dal presidente americano, infatti, appare come l’equivalente del monito “l’eccesso di debito è la maggior minaccia per la prosperità” più volte uscito dalla bocca di Angela Merkel.

Ma proprio per questa sostanziale equivalenza basata sull’epocale asserzione che non si può più continuare a mantenere alti tassi di crescita facendo indebitare Stato e famiglie, paiono fuori registro alcuni commenti di parte liberista al programma “lacrime e sangue” di Obama. Per esempio, si è detto – e il Foglio l’ha scritto – che la Casa Bianca abbandonando la politica di deficit spending ha rinnegato l’opzione keynesiana. Non è così. Intanto, Obama non è mai apparso un seguace di Keynes, né per esplicito riferimento né per possibile induzione, ma semmai un generico assertore della necessità di importare dalla vecchia Europa un po’ del suo welfare. E poi, un conto è assumere come fisiologico un certo livello di deficit e di debito – per tener bassa la pressione fiscale (in modo mirato e non a pioggia), per favorire elementi indiretti dello sviluppo economico come la ricerca e la formazione e per realizzare grandi opere pubbliche – e altro è “drogare” l’economia come è successo negli Usa dello sviluppo inarrestabile degli anni Novanta e fino al 2007 e come è stato in Europa per affrontare la crisi finanziaria, salvare le banche e fronteggiare la pressione speculativa sui debiti sovrani dei paesi più esposti.

E la miglior dimostrazione di questo sta proprio nelle scelte tedesche, che nulla hanno mai concesso né al laisser faire liberista – che nel capitalismo anglosassone prima si è tradotto nell’indebitare i privati, e dopo nell’indebitare lo Stato per rimediare allo scoppio della bolla finanziaria causata proprio da questa eccessiva esposizione delle famiglie – né ad una concezione di deficit spending senza limiti che impropriamente si definisce keynesiana. No, le scelte della Germania – prima con Schroeder, poi con la Merkel sia (soprattutto) nella versione Grande Coalizione che ora – sono state un capolavoro di equilibrio tra tenuta sotto controllo della finanza pubblica e politiche industriali espansive.

Scelte per nulla da “stato minimo” che ora Berlino – giustamente – vorrebbe imporre a tutta Eurolandia attraverso quel “patto per la competitività” che Sarkozy ha già firmato e che sarà oggetto del decisivo vertice europeo di marzo.

Insomma, se proprio vogliamo battezzarla, direi che questa è la “stagione delle riforme strutturali” – per intenderci, quelle che l’Italia non è mai stata capace di fare – alla cui base c’è un sano pragmatismo liberale. Il quale discende da un’impostazione culturale che mal s’addice alle nostre inclinazioni ideologiche tardo novecentesche, per di più accentuate dal bipolarismo muscolare che caratterizza la Seconda Repubblica. Difetti che ci inducono a catalogare e bollare le scelte altrui, e su questo trovare l’ennesimo motivo di divisione, anziché studiarle e farle nostre. Sarebbe bene tenere a mente tutto questo, mentre si discetta su un improbabile e tardivo “piano per la crescita”.

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