ultimora
Public Policy

Nazionalizzazione dell’industria dell’auto?

La ricetta americana

Impariamo dal pragmatismo degli Stati Uniti e facciamo fronte alla crisi strutturale

di Enrico Cisnetto - 11 dicembre 2008

Credevamo di averle viste tutte in questo 2008 che si appresta a finire – dalla caduta della Lehman Brothers nel giro di poche ore alla scomparsa della nozione stessa di “merchant bank” – ma le sorprese non finiscono mai, e ora arriva anche la “rivoluzionaria” nazionalizzazione di uno simboli del capitalismo americano, l’industria dell’auto. Così, dopo aver salvato banche e assicurazioni con enormi esborsi di denaro pubblico, dagli Usa ieri è arrivata la notizia – proprio mentre da noi l’Istat certificava la recessione italiana come la più grave dell’area euro indicando nel 6,7% la caduta a ottobre della produzione industriale e addirittura del 34,3% quella di auto – della statalizzazione (di fatto) di General Motors, Ford e Chrisler, con una iniezione di 15 miliardi di dollari e l’arrivo di un “commissario zar” che potrà fare il bello e il cattivo tempo a Detroit. E’ troppo presto per giudicare questa scelta: quello che importa, però, è che si tratta dell’ennesimo segnale che la crisi di questo “annus horribilis” ha cambiato definitivamente il paradigma del capitalismo. Se, come diceva il vecchio presidente di Gm, Charles Wilson (poi segretario alla Difesa sotto Eisenhower), “ciò che è buono per General Motors è buono per gli Stati Uniti” (battuta poi italianizzata e resa celebre dall’avvocato Agnelli), è chiara la portata “estrema” di questo intervento. Perciò, è ancora una volta da ammirare il pragmatismo degli Stati Uniti, che per salvare un pezzo importante del loro modello industriale mettono mano – senza isterie da dibattito ideologico – ad un intero sistema di valori.

Una profonda presa di consapevolezza, insomma, che perché “tutto rimanga com’è”, cioè per continuare a rimanere grande potenza economica oltreché politica, tutto deve cambiare. Così, il confronto con la vecchia Europa e soprattutto con l’Italia, è davvero impietoso. Da una parte, manca da noi la consapevolezza di quanto grave sia la situazione. E questo, nonostante le avvisaglie di quello che sarà il 2009 – il vero anno della recessione – siano sempre più esplicite. Dicevamo che ieri è arrivata una nuova raffica di dati che confermano il peggio: da una parte l’Istat ha certificato non solo quello che già si sapeva, e cioè che siamo in recessione tecnica, ma, peggio ancora, che il tasso tendenziale del pil (nel terzo trimestre in flessione dello 0,9% rispetto ad un anno fa) mostra il trend peggiore da quindici anni a questa parte. Sul fronte della produzione, poi, si scopre che ad ottobre si è avuto il dato peggiore dal 1996 a questa parte, mentre Confindustria prevede che a novembre si registrerà un’ulteriore doccia fredda con un crollo addirittura dell’11,4%.

Questo significa che il 2009 vedrà uno scenario recessivo in cui tutti i nodi irrisolti che del sistema industriale italiano – finora sottovalutati quando non ignorati – verranno al pettine con più violenza di quella che si potrebbe immaginare. Mentre da noi si continuava a celebrare il trionfo della piccola impresa e persino di quella micro, mentre si tessevano le lodi dell’industria familiare, mentre si sono tenuti a galla interi comparti produttivi decotti con largo esborso di pubblico denaro, altrove si procedeva con successo ad ampie riconversioni. Basti pensare alla Germania, che, infatti, reagisce oggi alla crisi con sintomi molto meno pesanti, addirittura registrando in questi giorni una crescita sia dell’export che della fiducia degli operatori finanziari. O alla Francia, che sfrutta oggi le potenzialità di quel “piano Beffa-Sarkozy” cui si è affidata qualche anno fa. Accanto a questa mancanza di consapevolezza, la “ricetta” italiana ha poi deciso di puntare decisamente a valle (mirando a sostenere i consumi) con misure – pur necessarie – di sostegno sociale, che però seguono un’equazione mai verificata per cui a maggiori redditi in circolazione equivarrebbe maggiore domanda e dunque una crescita della produzione.

A questo azzardo teorico corrisponde poi una oggettiva mancanza di fondi per operazioni strutturali, causata dalla situazione patologica dei conti pubblici. Sommati questi tre fattori – scarsa consapevolezza, ricette avventurose e difficoltà di cassa – la esigua reazione italiana alla crisi appare davvero come un gioco a somma zero. Di fronte al quale la ricetta americana, che pure fa inorridire i più fanatici liberisti, potrebbe anche non rivelarsi quella giusta. Ma certamente meglio del nulla.

Social feed




documenti

Test

chi siamo

Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario