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Le aziende di credito devono fare di più

La ricca oratoria di Giulio Tremonti

Va raggiunto un avviso comune, una sorta di piattaforma concordata e dettagliata trilateralmente

di Angelo De Mattia - 09 luglio 2009

Ieri, all’assemblea dell’Abi, due stili diversi, due impostazioni: un’oratoria ricca di riferimenti storici e letterali, quella del Ministro dell’Economia con l’approdo alla proposta di moratoria bancaria; un’oratoria asciutta, penetrante, che fa parlare i numeri e le informazioni, quella del Governatore della Banca d’Italia, che giunge al dovere di non far mancare il sostegno finanziario alle imprese con buone opportunità di crescita e realmente capaci di superare la crisi.

Una conclusione, questa, che muove da un’analisi della situazione delle banche, dal ruolo degli stress test, dalla necessità di fare passi avanti nell’uniformarsi alle istruzioni della Vigilanza sul piano della trasparenza e della protezione del cliente, della remunerazione dei manager, dell’antiriciclaggio, del risparmio gestito. Due visioni – limitata ai prossimi mesi quella del Ministro, strutturale e organica quella del Governatore – che, entro certi limti, potrebbero anche integrarsi.

La partenza di Tremonti - dopo la relazione cauta, prevalentemente difensiva del Presidente dell’Abi – è solenne. E’ mirata, soprattutto, contro le tesi negazioniste (parola fortemente evocativa di ben altre negazioni) della straordinaria portata della crisi che si verifica, a differenza di quella del 1929, in una società opulenta e con un debito dello Stato impiegato non per sostenere la domanda aggregata, come avvenne nella Grande Depressione, ma per aiutare asset privati.

Poi, dopo una serie di citazioni che vanno da Goethe a Engels, passando per Steinbeck e per le Costituzioni borghesi (è lontano ormai il Brecht anti-banche), e dopo la sottolineatura del ruolo cruciale delle nuove regole in discussione nel G8, ecco l’annuncio di un rilievo alla relazione del Presidente dell’Abi, Faissola. Occorre un nuovo inizio per banche, imprese e Governo. Va promosso un “sabbatico” (altra formula in questi giorni evocativa). Le aziende di credito devono fare di più per reagire alla crisi.

Va raggiunto un avviso comune, una sorta di piattaforma concordata e dettagliata trilateralmente che preveda su base volontaria, prima di agosto, una moratoria, da parte delle banche, delle scadenze più pressanti dei crediti verso le imprese e un più forte apporto alla patrimonializzazione di queste ultime.

Dal canto suo, il Governo, una volta verificate operatività ed efficacia dell’attuazione del comune intendimento, varerà un più organico intervento in materia di deduzione fiscale delle perdite registrate nei bilanci bancari.

La proposta tremontiana smuove le acque; ha certamente un effetto di immagine. Dire: mettiamoci intorno a un tavolo e discutiamo sul possibile sinallagma tra ciò che faccio io e ciò che fai tu – Governo, banche, imprese – ha, di norma, un’accoglienza positiva. Oggi, va di moda l’orrendo concetto: apriamo un tavolo. Ricorda un po’, l’idea di Tremonti, le tesi degli anni ’70 sulla programmazione negoziata o sul credito agevolato (che però non diedero ottima prova).

C’è da chiedersi fin dove l’avviso comune – praticato qualche volta nel campo dei rapporti di lavoro con l’insorgenza, però, di problematiche sul ruolo del Governo, del Parlamento e delle parti sociali - può spingersi, toccando l’autonoma valutazione del merito di credito e la gestione dei finanziamenti accordati : quella valutazione che Draghi giustamente vuole rigorosa; e se sia condivisibile che si costruisca una misura fiscale riequilibratrice come conclusione di uno specifico accordo settoriale.

Insomma, la novità c’è, ma la sua traduzione in concrete decisioni operative è tutta da verificare, in particolare dopo le discussioni alimentate diffusamente dalla normativa di accompagnamento della previsione dei cosidetti Tremonti bond. Prudenza e saggezza vogliono che comunque ci si attesti – quanto meno nel frattempo – sulle indicazioni di Draghi che stimola le banche a evitare un eccesso di automatismo nel deliberare gli affidamenti, a rafforzare il loro radicamento territoriale, a rivedere i modelli organizzativi e decisioniali per meglio valutare le potenzialità del cliente; che chiede perché le banche italiane hanno partecipato solo per una quota irrilevante (il 3 per cento del totale) all’operazione di rifinanziamento a un anno decisa dall’Eurosistema, particolarmente conveniente; che sprona gli istituti, in tema di massimo scoperto, a sostituire tutte le commissioni complesse ed opache con una, ragionevole, sui fondi messi a disposizione, riconducendo tutto il resto alla sola applicazione dei tassi d’interesse; soprattutto Draghi che ricorda la composizione, molto rappresentativa, e il funzionamento del Financial Stability Board, sottolineando, quasi di passaggio - ma con un grande effetto per chi voglia intendere - che il 90 per cento delle nuove regole oggi in discussione riguarda materie affrontate a suo tempo dalle raccomandazioni del Forum.

Condivisione piena, invece, dei due oratori, del ruolo che l’etica deve avere nei confronti del mercato. Gli impulsi pressanti al sistema bancario da parte del Governatore si spiegano anche perché la crisi è tuttora in atto.

C’è un elemento di novità in campo macroeconomico – la riduzione delle ore di cassa integrazione – ma va valutato con estrema cautela: una hirundo non facit ver. Vi è bisogno di altre rondini. Un confronto, comunque, molto interessante, nel quale, tuttavia, è mancata la esposizione, da parte del Ministro, degli intendimenti sulla politica economica da seguire nel prossimo autunno, quando le difficoltà potrebbero aumentare.

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