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Un uomo politico e uno statista

La riabilitazione craxiana

Quando tutto è funzionale a non fare i conti con la storia

di Enrico Cisnetto - 25 gennaio 2010

Dalla rimozione alla riabilitazione, ma non è detto che serva. Ho assistito in questi giorni al recupero della memoria di Bettino Craxi a dieci anni dalla morte, e pur non essendo mai stato socialista, ho provato grande piacere nel vedere che dalla primigenia fase di condanna e disprezzo e da quella successiva di rimozione, si sia finalmente passati alla stagione del ricordo e della valutazione storica dell’uomo politico e dello statista. Ho visto in tv la bellissima ricostruzione preparata da Minoli, ho partecipato personalmente alla manifestazione organizzata a Roma da Luca Josi in cui è stato proiettato un filmato-intervista inedito girato ad Hammamet qualche tempo prima della scomparsa di Craxi. Ho ascoltato molte dichiarazioni, ho letto con piacere la bella lettera inviata dal Capo dello Stato alla vedova.

Ma più il momento celebrativo cresceva d’intensità, e più montava in me la sensazione che era in atto un terribile scambio: la riabilitazione di Craxi, o quantomeno della sua memoria, in cambio dell’oblio non solo sul ruolo della Prima Repubblica – come ha giustamente denunciato Stefano Folli in un’intervista a questo giornale – ma anche sul fallimento della Seconda circa tutti gli obiettivi di superamento dei vecchi difetti della politica, a cominciare dal finanziamento dei suoi costi.

E sì, perché in realtà intorno al ricordo di Craxi a dieci anni dalla morte si è formata una strana “santa alleanza” tra coloro che gli sono stati vicini a suo tempo e che poi hanno scelto di stare con Silvio Berlusconi, cioè il maggior beneficiario del vuoto apertosi con la decapitazione del leader socialista e dell’intera classe dirigente della Prima Repubblica – sto parlando della cosiddetta componente socialista del Pdl – e coloro che allora lo avversarono, predisponendo le condizioni politiche per l’operazione Mani Pulite, e che oggi lo riabilitano senza pagar dazio. E la convergenza tra i craxiani di ieri e berlusconiani di oggi con la sinistra forcaiola ieri e commemorativa oggi sta proprio nella comune difesa della Seconda Repubblica e del suo fallimentare bipolarismo, di cui non a caso i due “partiti” sono stati e continuano ad essere i protagonisti. Così le terribili ma veritiere parole pronunciate da Craxi alla Camera, poco prima della generale disfatta, circa la comune responsabilità di aver creato un sistema finanziato illecitamente e illegalmente, che sono riecheggiate un po’ in tutte le commemorazioni di questi giorni, invece di suonare come monito a verificare l’oggi e la sua differenza con ieri sono semplicemente parse come il testo di una ingiallita pagina di storia remota.

Quelle parole volevano dirci che le tangenti erano consustanziali alla democrazia nata con la repubblica. Ma qualcuno in questi anni e tanto più in questa circostanza celebrativa ha dato risposte esaurienti alle domande, conseguenti a quel messaggio politico, circa il come e il perché ci fossero partiti finanziati prevalentemente dall’estero, con ciò mettendo in pericolo l’indipendenza nazionale?

Oppure qualcuno ha calcolato se le somme arrivate ai partiti dal sistema delle partecipazioni statali, considerate un furto a danno dei cittadini, fossero maggiori o minori del valore del patrimonio di quelle aziende “bruciato” dopo che sono state privatizzate, come insegna il caso Telecom? E oggi c’è qualcuno che potrebbe alzarsi dal suo scranno parlamentare e sostenere, senza temere di essere considerato spergiuro, che l’attuale finanziamento pubblico è sufficiente a sostenere i costi della politica e che dunque non ci sono ambiti, tipo la sanità, da cui i partiti e il personale politico attingono denaro? E c’è qualcuno che ha colto l’occasione del decennale di Craxi per valutare quanto faccia più male alla democrazia tra il vecchio sistema di finanziamento occulto delle campagne elettorali dei candidati impegnati a prendere le preferenze e quello attuale in cui alla mancanza di scelta da parte dei cittadini corrisponde l’oligarchia ristrettissima di chi sceglie la nomenclatura e di chi paga il conto della propaganda collettiva e dei leader?

Insomma, tutto è funzionale a non fare i conti di come è andata a finire la storia che ci è stata raccontata all’inizio degli anni Novanta: lo è la riabilitazione di Craxi (da parte della sinistra), lo è la reiterazione della sua condanna morale (Di Pietro e soci, Lega), lo è la voglia di relegarlo nella toponomastica (Pdl).

E già, perché in realtà il fatto che la vicenda di Tangentopoli non si sia ancora consumata e che continui a vivere nella lotta politica senza quartiere (e senza cervello) che il bipolarismo armato ha generato, serve a tutti i protagonisti della Seconda Repubblica. Serve alla loro sopravvivenza. Ma certo non serve al paese.

Pubblicato da Liberal

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