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Nel mondo la fibra ottica corre. In Italia?

La rete della discordia

Dal tipo di infrastruttura futura dipendono servizi e business necessari. Bisogna muoversi

di Enrico Cisnetto - 23 ottobre 2007

Parliamo di fibra ottica, ovvero quella tecnologia che dovrebbe, nelle intenzioni delle compagnie di tlc, innovare profondamente la rete telefonica, permettendo anche la fruizione di internet ad alta velocità, e quindi consentendo l’accesso a nuovi servizi come l’IpTv (la televisione via computer), la tele-medicina e la tele-sorveglianza. Una rivoluzione nella quale i Paesi si stanno buttando in misura molto diversa: un interessante studio pubblicato dalla OfCom – l’autorità britannica delle telecomunicazioni – che mette a confronto gli investimenti effettuati dalle compagnie telefoniche asiatiche, americane ed europee, segnala che il Giappone spenderà 35 miliardi di euro per coprire il 95% delle abitazioni entro il 2010, una percentuale che simile a quella che riguarda Corea del Sud e Hong Kong, mentre gli Stati Uniti hanno in programma di arrivare al 40% della popolazione entro lo stesso anno. Tutte prospettive ambiziose, da attuare in mercati sicuramente reattivi alle nuove tecnologie e in grado di “digerire” spese anche ingenti nell’infotainment. Se invece si guarda alla realtà europea, le cose stanno diversamente. Piccoli paesi come la Danimarca, l’Olanda e la Svizzera riusciranno – anche perché le loro popolazioni sono numericamente molto inferiori rispetto alla media del Vecchio Continente – a cablare gran parte delle utenze entro tre anni. I brutti segnali invece arrivano dai “grandi”: nel biennio 2008-9 la Germania ha in programma di arrivare solo al 21%, l’Italia al 5% e la Francia al 4%. Tre dei paesi che dovrebbero essere all’avanguardia si trovano ancora praticamente alla fase sperimentale di progetti che in Asia e in America sono già decollati.

Ora, è certamente vero che a questa situazione contribuiscono anche le generali difficoltà delle telecom europee, e investire in una rete quando Bruxelles pensa alle separazioni funzionali potrebbe essere considerato, a ragion veduta, un atto masochista. Ma, a questo punto, sarebbe il caso di chiedersi – visto che gli altri sono in partenza e noi non abbiamo nemmeno iniziato e siamo già in ritardo – che tipo di infrastruttura di rete vogliamo per il futuro. Perché da questo dato dipendono molti servizi e business che rischiamo di vedere soltanto con il binocolo tra appena 5 anni. Che cosa stiamo aspettando?

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario