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Public Policy

Da Reagan ad Obama è passato un secolo

La resurrezione della politica

La politica come antidoto alla recessione (e forse) alla globalizzazione?

di Elio Di Caprio - 22 gennaio 2009

Per Ronald Regan, presidente degli Stati Uniti negli anni ’80 il governo era il problema, non la soluzione dei mali americani. E’ stato questo per anni lo slogan più citato e di grande efficacia in tempi in cui nel mondo bipolare il sistema comunista rappresentato dall’Unione Sovietica era sul punto di implodere dopo ben settanta anni di economia pianificata dall’alto che non creava alcuna ricchezza da distribuire.

Erano i costi burocratici e l’inefficienza propri dell’intervento dello Stato nell’economia, secondo Reagn, la palla al piede che aveva impedito e soffocato le forze vitali dell’impresa. Tatcher lo aveva preceduto di qualche anno costringendo la Gran Bretagna a cambiare totalmente il suo modello di sviluppo, ad abbandonare senza pietà le sacche di inefficienza di un’economia assistita ed a puntare sul terziario avanzato, sulle nuove tecnologie, sulla specializzazione finanziaria. Ma qualcosa non è andata per il verso giusto se adesso è la Gran Bretagna il Paese europeo in maggiore difficoltà.

Sembra sia passato un secolo da allora, eppure è un’epoca a noi abbastanza vicina che a posteriori possiamo giudicare come una vera e propria infatuazione ideologica da libero mercato che ha influenzato, senza distinzione di partito, democratici e repubblicani negli USA, da Clinton a Bush padre e Bush figlio, fino a fare proseliti nella gran parte dei Paesi europei. Ora, con la devastante crisi finanziaria in atto, siamo di nuovo punto e a capo. Dobbiamo inventarci –almeno a parole -qualcosa di diverso.

Se il problema fondamentale torna ad essere quello di liberare nuove energie senza per questo rinunciare al controllo ed alle regole (lo dice Obama negli USA, lo aveva detto già Giulio Tremonti qualche mese fa) viene messa in causa ancora una volta l’ideologia o la prassi del “laissez faire”, del pensare che il mercato si autoregoli da solo senza danni che non siano marginali. Ancora una volta non è e non è stato così. Quando le speculazioni del mercato finanziario mettono in ginocchio l’economia reale –si discute se l’attuale crisi sia più lieve o peggiore di quella degli anni ’30 ma lo sapremo solo a cose fatte - non c’è di meglio che invocare il ritorno alla politica con la P maiuscola per raddrizzare le cose ed assicurare almeno un minimo di coesione sociale all’interno dei Paesi colpiti.

Ma cosa vuol dire ritorno della o alla Politica? Antitesi o contrasto, appunto, al laissez faire economico, al cosiddetto mercatismo e con quali mezzi? Politica vuol dire ancora Stato nazionale ( negli USA come in Italia) e Stato vuol dire governo e parlamento insieme in un rapporto più collaborativo che dialettico. Politica vuol dire politica industriale e politica fiscale che distribuisca in maniera la più equa possibile i costi della recessione in atto, contenga il danno e prepari il futuro. Si direbbe che è lo stesso problema per tutti, tanto per gli Stati grandi- che come gli USA hanno responsabilità mondiali nemmeno paragonabili alle nostre- come per quelli piccoli.

Ma Politica vuol dire innanzi tutto esempio, disporre di una classe dirigente all’altezza che sappia esprimere l’interesse pubblico e sia stata selezionata a tale scopo. La “rivoluzione” di Obama, ora atteso alla prova dei fatti, non sarebbe stata possibile senza tale premessa di base. La differenza tra Stati Uniti e Italia, nonostante la scimmiottatura delle primarie o l’invenzione della democrazia dei gazebo, è ancora abissale.

Assuefatti come siamo a una conduzione della cosa pubblica personalistica e non certo esemplare neppure ci accorgiamo, ad esempio, che il nostro Presidente del Consiglio, tra le tante incombenze, debba pensare insieme, nello stesso giorno, a come trattenere Kakà nella squadra del Milan ( c’è chi calcola che la prodezza di far rimanere il giocatore in squadra valga circa un milione di voti) e a come far diventare realtà la proposta di mandare i nostri carabinieri a controllare i confini di Gaza.

Scopriamo per bocca del Cavaliere che una retrocessione del PIL italiano prevista al 2% dalle autorità finanziarie europee è poca cosa, al massimo si torna un po’ indietro (ma per quanto tempo nessuno lo sa) l’importante è mantenere in piedi l’ottimismo necessario che non ci faccia precipitare oltre il deficit previsto del 2%. Poi si vedrà. Così come continua a giungere all’opinione pubblica incomprensibile il gioco dei leaders che dovrebbero occuparsi della crisi economica con l’inversione delle parti e dei ruoli tra Ministro dell’Economia e Governatore della Banca d’Italia. Prima l’uno dice che la tempesta sta arrivando e l’altro lo smentisce, adesso Mario Draghi diventa severo e pessimista e invece Tremonti invita a non prenderlo troppo sul serio perché deve fare da sponda, una volta sì e l’altra no, all’ottimismo del Cavaliere.

La verità è difficile a sapersi di questi tempi, ma un minimo di coerenza e di realismo non guasterebbero nei piani alti della politica. Né aiutano i messaggi che arrivano dall’opposizione: cosa farebbero di diverso e di più dell’attuale maggioranza, per reagire alla crisi, con i vincoli che impediscono di accrescere il debito pubblico italiano? Distribuirebbero soldi a pioggia a tutti gli italiani e magari domani ci troveremo tutti fuori dell’euro?

Ci vorrebbe veramente anche da noi un’etica delle responsabilità, simile a quella che Barack Obama ha invocato per gli USA nel suo discorso inaugurale alla Casa Bianca. Ci vorrebbe una visione –citiamo il saggio di Tremonti- “meno chiusa nel privato e nel laissez faire, più comunitaria, più responsabile, in una parola più politica”. Ma dove trovarla nell’attuale classe dirigente “nominata” più che eletta, di cui lo stesso Tremonti fa parte?

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario