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Pareggio di bilancio in Costituzione

La Repubblica Italiana si fonda sul conflitto generazionale

Secondo il nuovo articolo 81 che entrerà in vigore il 1° gennaio 2014, i figli dovranno pagare il debito creato dai loro padri

di Massimo Pittarello - 19 luglio 2013

Il conflitto generazionale è entrato a far parte delle fondamenta della Repubblica. Non è un’idea sociologica o una questione di politica economica, ma una considerazione che deriva da una regola scritta nero su bianco nella nostra Costituzione, la legge su cui si basa la civile convivenza della nostra comunità.

Dal 1° gennaio 2014 entrerà infatti in vigore il nuovo articolo 81 della Costituzione, approvato durante il governo Monti, quando più dei due terzi del Parlamento decisero di inserire nel patto fondante della nostra Repubblica il cosiddetto “pareggio di bilancio”, e cioè che le entrate dello Stato devono pareggiare le uscite. Semplificando, che quanto le amministrazioni pubbliche spendono non può essere superiore a quanto incassano.

Una legge costituzionale che però arriva solo oggi, dopo che lo Stato italiano per decenni si è comportato diversamente, accumulando debiti su debiti, fino a raggiungere la quota record di 2074 miliardi di euro registrati questo mese. Se il nostro Paese fosse una grande famiglia si potrebbe dire che le vecchie generazioni hanno accumulato debiti per un valore pari a 1 anno e 4 mesi di lavoro (il 130% del Pil) che le nuove dovranno ripagare. Perché, ecco, i debiti costano: se chiedo un mutuo o un prestito, i soldi che mi vengono anticipati me li fanno (ri)pagare con gli interessi. E gli interessi che paga l’Italia oggi per il debito creato ieri sono la prima voce di spesa dello Stato. Cosa costa di più agli italiani? Mantenere i debiti creati negli anni passati.

Ecco allora che il pareggio di bilancio inserito in Costituzione vuol dire aver fondato una società in cui gli stravizi del passato sono mantenuti con i sacrifici del futuro. Non è questione di politica economica keynesiana o liberista, perché il termine “pareggio” in Italia è assolutamente fuorviante: alle uscite effettive non corrispondono le entrate effettive. Se infatti gli incassi provengono principalmente dalle tasse e, quindi, dall’economia dell’oggi, fra le spese bisogna conteggiare anche quelle che servono a mantenere il debito di ieri: 71 miliardi di euro nel 2011, 86 nel 2012, 95 del 2013, su una spesa pubblica di 804. Nel 2017 pagheremo 109,3 miliardi, pari al 41% delle imposte dirette (ad esempio, poco meno della metà del vostro Irpef servirà a pagare il debito). Vuol dire che i danni fatti dalle generazioni di italiani che stanno per andare in pensione impegneranno quasi l’11% della spesa pubblica complessiva, una cifra pari al 91% delle uscite sanitarie e al 255% delle spese in investimenti di tutte le Pubbliche amministrazioni.

Insomma, agli italiani che faranno girare l’economia da qui all’eternità (ammesso ce ne sia ancora la possibilità), i sovrani rappresentanti della Nazione hanno imposto, scrivendolo nella pietra angolare della Repubblica, di pagare un tributo per le vite vissute dai loro padri, esattamente come la decima che i contadini pagavano al feudatario del medioevo.

Il debito continua a crescere di 1 miliardo al giorno, generando a sua volta, per interessi, altro debito. Un debito che i cittadini di oggi non hanno creato, ma che la legge fondamentale dell’italica comunità impone di ripagare. Chiedereste mai a vostro figlio di sacrificare il suo lavoro, le sue fatiche, i suoi sogni, la sua vita, per ripagare le vacanze a Cortina e le rate della Bmw che vi siete comprati e non vi potevate permettere?

Ecco, gli italiani, dal 2014 in poi, con le tasse sul loro lavoro, sui loro beni, sui loro consumi, dovranno ripagare l’intera vita condotta al di sopra delle loro possibilità dagli italiani dei decenni scorsi. Ogni persona che andrà in pensione con il sistema contributivo, se avrà poco più di qualche spiccio dopo una vita di duro lavoro, dovrà ringraziare tutti coloro che sono andati in pensione con il sistema retributivo, con assegni altissimi e, se vuole, anche chi ci è andato a 45 anni, con le cosiddette baby pensioni. Ogni lavoratore precario dovrà ringraziare gli extra tutelati dai sindacati e dalla pubblica amministrazione. Ogni Comune che non avrà i soldi per scuole e asili nido faccia i conti con gli sperperi delle inutili Comunità montane create a 80 metri sul livello del mare e la Sagra del peperoncino marittimo. Ogni bravo precario della pubblica amministrazione pensi a dipendenti pubblici fannulloni con contratto a tempo indeterminato. Ogni studente o professore frequentatore di scuole fatiscenti faccia riferimento alle facoltà universitarie di degustazione di formaggi. E così via…

Ma dopo i ringraziamenti, ricordatevi che protestare contro questa regola è anticostituzionale.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario