ultimora
Public Policy

Come affrontare il dramma degli “esuberi”

La rabbia contro la crisi

Non basta dire: “si deve fare qualche cosa”. Bisogna pensare a una diversa politica pubblica

di Davide Giacalone - 30 gennaio 2009

La perdita dei posti di lavoro è cominciata, il tema degli aiuti al settore automobilistico è posto. La crisi non proietta ancora la sua influenza sui consumi, e questo capita sia perché fette di mercato protetto hanno aumentato il loro potere d’acquisto, sia perché si sono intaccati i risparmi. Ciò spiega il successo delle svendite e l’esaurirsi dei pacchetti esotici presso le agenzie di viaggio. Ma la divaricazione, la distanza fra chi ha protezioni e chi no, si allarga velocemente, come per uno sciatore che corre in pendenza ed ha perso il controllo: o ruzzola o si scianca.

Le previsioni sono fosche nei numeri, ma concepite secondo un approccio ottimista. Il presupposto è che nella seconda metà dell’anno arriverà la ripresa. Trattasi di speranza, e sembra più la chiacchiera di una macumbeira che non la proiezione di un economista. Molte delle politiche chieste (dalla sinistra, dai sindacati ed anche dagli imprenditori) sono tipiche del sostegno alla domanda, che, però, non è crollata affatto. Non ancora, almeno. E non basta dire: “si deve fare qualche cosa”, reclamando un keynesismo che farebbe ridere il vecchio Maynard, perché se pompo più quattrini in un mercato che compera prodotti esteri avrò solo aggiunto inflazione a recessione, avvelenando tutti. Tremonti ha ragione a resistere, perché allargare il debito con spesa pubblica improduttiva è suicida. Ed è preoccupante vedere tanti reclamare la spesa pubblica senza essere capaci d’immaginare una diversa politica pubblica.

I soldi statali sono indispensabili, ma solo se servono a riconvertire industrie, relazioni ed istituzioni. I nostri “ammortizzatori sociali” sono concepiti per sobbalzi congiunturali, restano utili solo per una minoranza, per giunta la più protetta, dei lavoratori. Vanno ribaltati, resi funzionali alla produttività ed indirizzati a chi ha perso il lavoro ed ancora lo cerca. Sull’altro fronte: Alitalia è già un pessimo esempio, non si deve spendere per conservare i perdenti, ma per favorire nuovi vincenti. Salvando gli inefficienti si ridistribuisce reddito a loro favore. Chi lo spiega, agli altri? Le piazze si riempiono, in Europa. O si trovano rappresentanti del futuro, capaci di parlare ai non garantiti con parole di verità e senza illusionismi, o la rabbia agguanterà il presente.

Pubblicato su Libero di venerdì 30 gennaiio

Social feed




documenti

Test

chi siamo

Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario