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Delirio collettivo: dubbi sul processo di pace

La preoccupante rinascita di Gaza

I palestinesi tornano nei territori smobilitati dagli israeliani. E festeggiano. A modo loro

di Antonio Picasso - 13 settembre 2005

“Un’orgia di saccheggi e incendi”. Non è andato per il sottile Mathew Gutman, del Jerusalem Post, nel raccontare quella che i palestinesi hanno chiamato “la rinascita della striscia di Gaza”. Al ritiro delle truppe israeliane, infatti, sono seguiti l’assalto e la distruzione degli insediamenti abbandonati. E se non è da ritenere obiettivo il giudizio del Jerusalem Post, da sempre contrario al compromesso con l’Anp, può far fede quello dell’Ha'aretz, quotidiano di posizioni più coraggiose sulla pace e i rapporti con i palestinesi. “Cosa c’è di più ebraico di una sinagoga?” si è chiesto, infatti, Nadav Shraqai. L’abbandono di Gaza rientra sì nell’obiettivo della pace, che Sharon sta tentando di raggiungere attraverso una strada estremamente complessa. Ma il suo governo aveva previsto una reazione tanto violenta, da parte dei palestinesi?

Israele, forte della protezione degli Stati Uniti e sicuro della propria democrazia, si era installato con la forza nel cuore di una civiltà a esso ostile e aveva conservato, fino a oggi, la convinzione di poter perseguire una politica espansionistica, retaggio del vecchio sionismo. Tuttavia, guerre e provocazioni – ultima la passeggiata di Sharon stesso sulla spianata delle moschee, che nel settembre 2000 diede il la per la seconda Intifada – portarono soltanto altre violenze e spargimenti di sangue. Poi improvvisamente, il cambio di rotta. Il premier israeliano, con il dolore e la forza che distinguono un uomo di Stato, aveva imposto ai coloni, suoi connazionali, di abbandonare le proprie case. Il suo era stato – ed è ancora – un sofferto, ma lungimirante passaggio dalla politica del muro a quella dell’esempio. Nel mese di agosto, il mondo aveva osservato con stupore i coloni, straordinariamente attaccati alla loro terra, e i soldati: ragazzi in divisa che, con attenzione e compostezza, eseguivano gli ordini di Sharon. Avevamo percepito il sincero dolore di quelle famiglie. E avevamo nutrito fiducia. Perché pensavamo che Israele avesse imboccato davvero la strada della pace. Non restava, allora, che aspettare la reazione specularmente civile dei palestinesi. Perché Israele aveva dato l’esempio. Invece?

Invece, le immagini di oggi non assumono solo le tinte fosche del fumo degli incendi, ma anche quelle macabre di una spietata vendetta, di fronte a un nemico, solo ora, impotente. Sbaglia, infatti, l’inviato del Figaro, Patrick Saint-Paul, a semplificare, parlando di una “festa nella striscia di Gaza”. Al contrario, la scomposta euforia del popolo palestinese ha lanciato un messaggio preoccupante. Il nemico si è ritirato? Nessuna pietà, allora, per ciò che resta di lui e del suo passato sulla nostra terra. Una vendetta selvaggia, giustificabile solo in parte con i decenni di occupazione e oppressione che i palestinesi hanno vissuto dal 1947 a oggi. Un furor di popolo lasciato libero di sfogarsi, senza il controllo di un’autorità che, tuttavia, c’è e quotidianamente vuole che se ne ribadisca il peso e l’influenza. Gaza abbandonata a se stessa. Dov’era Abu Mazen per contenere lo scempio? Dov’era quella autorità che pretende di definirsi “Stato” e che come tale sarebbe dovuta intervenire?

Si è detto spesso, e polemicamente, che gli ebrei, in poco tempo e con poche risorse, hanno strappato la terra al mare e al deserto, per farne una delle regioni più prospere del bacino del Mediterraneo. E che gli arabi, in tanti secoli, non sono stati mai capaci di fare nulla. La striscia di Gaza, un tempo deserto oggi fertile e produttiva, è tornata a chi ne reclamava la legittima proprietà. Sarà una provocazione maliziosa, ma le sinagoghe incendiate non sono quel si dice un braccio teso per la pace in Medio Oriente e un buon proposito per la rinascita della striscia.

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