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Grandi coalizioni nello scenario europeo

La politica rivolta al passato

La dicotomia fra socialisti e popolari non rispecchia la realtà, anzi è ormai tramontata

di Davide Giacalone - 24 novembre 2006

C’è un filo che lega il risultato delle elezioni olandesi al rifiuto di Martens di accogliere Alleanza Nazionale nel Partito Popolare Europeo e consiste nella debolezza politica, d’idee, di proposte e d’ideali, che affligge l’Europa. Una debolezza che si riflette anche in economia, con l’UE che cresce meno degli Usa. Noi, poi, cresciamo meno degli altri europei ed abbiamo elaborato un bipolarismo che serve a rendere stabile (si fa per dire) il non governo. I problemi europei, insomma, da noi s’ingigantiscono.
In Olanda il cristiano-democratico Balkenende ha ridimensionato il costoso stato sociale, ha privatizzato la sanità, è stato rigoroso in economia. Ora torna a vincere, ma perde la maggioranza assoluta degli eletti, quindi sarà costretto ad una coalizione. Nella stessa situazione si trovano la Germania, l’Austria e l’Irlanda. Le “grandi coalizioni” mettono assieme partiti che si sono combattuti elettoralmente, anche in modo durissimo, ma che non sono divisi da visioni opposte del mondo. Direi che, finita la guerra fredda e tramontati gli stantii ideologismi, non vi sono in giro visioni diverse del mondo. E qui veniamo alle grandi famiglie politiche europee. La dicotomia fra socialisti e popolari, con contorno di liberaldemocratici, non è affatto utile a descrivere la realtà. E’ figlia di un secolo chiuso. Da noi gli ex comunisti, e tutta la sinistra, discutono oggi se divenire definitivamente socialdemocratici, ma la socialdemocrazia è tramontata da venti anni. I popolari poi sarebbero d’ispirazione cristiano sociale, ma anche questo ha poco senso e, difatti, la Merkel ha saggiamente deciso di aprire le porte del partito a chiunque ne condivida il programma concreto. I liberaldemocratici sono spesso il raccoglitore di ciò che resta fuori dagli altri due. In ogni caso quel tipo di bipartizione non serve a descrivere la realtà politica inglese, o quella francese. Certo non quella italiana.
La politica, se non vuol divenire marmellata o reperto archeologico, deve ripartire dagli interessi reali, dal loro conflitto, dalle sfide della globalizzazione, dal bisogno di far crescere la democrazia nel mondo. Altrimenti si rassegni all’uniformità nell’irrilevanza, incapace d’interpretare i nuovi problemi, le sfide di civiltà, utile solo a colorare le schede elettorali.

Pubblicato da Libero del 24 novembre 2006

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