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Donne e potere: un annoso problema

La politica non è questione di sesso

Il dibattito sulle quote rosa è riduttivo. Occorre valorizzare democrazia e libertà

di Davide Giacalone - 23 novembre 2006

Ciclicamente si ripropone il tema della presenza, o, meglio, dell’assenza delle donne in Parlamento ed in politica, e se si stilano delle classifiche l’Italia finisce sempre nella parte bassa. Al riproporsi di questo tema si ripropone anche il monotono dibattito sulle quote rosa, riassumendosi in due diverse sensibilità: c’è chi dice che le donne non sono animali in via d’estinzione e, quindi, considera vagamente offensiva la fissazione di quote riservate; e c’è chi sostiene che sarà pur vero, ma, insomma, in qualche modo si dovrà pur uscirne e le quote rosa possono essere un valido strumento. Dopo poco ci si distrae, altri problemi incombono e ci si rivede tutti al prossimo giro, ove nulla muterà. Penso che la faccenda sessuale non c’entra un bel nulla e che il problema, semmai, è quello di una politica ripiegata su se stessa, dove si sono bloccati i canali della selezione naturale.
In Europa la percentuale di donne manager in posizioni di rilievo è del 32,1 per cento, in Italia del 31,9. Siamo in linea. Se si va a guardare dentro la magistratura la percentuale di donne magistrato è altissima il che porterà, fra non molto, a vederle anche ai vertici. Ci saranno pure i misogini, in Italia, ma non c’è questo malo sentimento nella vita pubblica. Ci sono state, nel lontano passato, e ci sono nel presente dei ministri donna, senza che la cosa desti problema alcuno e senza nemmeno che si debba loro alcuna particolare reverenza. Ne abbiamo avute di brave e di bestie, come per i maschi.
Ce ne sono, invece, pochissime nella vita organizzata delle formazioni politiche, ma perché quella è una modalità organizzativa non democratica, vale a dire chiusa, autoreferente, autopromuovente, ora blindata anche dai sistemi elettorali. Lì dentro si cresce o per potere, o per fedeltà, o per fare il fiore all’occhiello. Le ultime due categorie, senza rispetto parlando, forniscono già troppa gente, la prima sarebbe la migliore se solo si pensasse al potere del consenso, non lo è se si punta su quello del denaro. Se contassero la passione civile, la chiarezza delle idee, la coerenza, la schiena dritta, le donne sarebbero più numerose, ma lo sarebbero anche le persone migliori e sarebbe più pregiata la rappresentanza parlamentare. Il rosa è un bel colore, quello della libertà di più.

Pubblicato su Libero del 23 novembre 2006

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario