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Crescono le tensioni tra Italia e USA

La politica estera non è un optional

Antiamericanismo inutile. Sempre più pesanti i condizionamenti dell'estrema sinistra

di Elio Di Caprio - 09 febbraio 2007

L’ex ministro ed ex vicepresidente del consiglio Giulio Tremonti in una recente intervista spaziale al Foglio - nel senso che ha spaziato dai problemi economici e sociali a quelli di politica estera - ha dichiarato, tra le altre cose, che secondo lui la democrazia non è una commodity che si può trapiantare di colpo, che si può esportare come una merce qualsiasi. Per esportare una merce non basta l’offerta, ci vuole anche la domanda. Potremmo aggiungere che questa domanda ancora non c’è stata e ancora non c’è in Iraq nonostante la propaganda di un processo democratico che si sarebbe innestato in quel paese a partire da libere elezioni. Stiamo assistendo lì più a una guerra civile che a un’evoluzione democratica. I meno titolati ad esportare democrazia - dice Tremonti, ma lo hanno detto altri prima di lui - siamo proprio noi europei che fino all’89 lasciavamo quasi metà dell’Europa fuori la democrazia.

Eppure per giustificare il nostro ibrido intervento a guerra presuntamente finita in Iraq abbiamo accettato anche questo modulo propagandistico della democrazia da esportare, sottovalutando la frattura con gli altri Paesi europei sui grandi temi della politica estera proprio quando eravamo intenti, con l’autorevole avallo di Amato e di Fini, all’elaborazione di una Carta costituzionale europea che avrebbe dovuto fare da cornice al nuovo soggetto politico dell’Europa. Acqua passata. Abbiamo deciso di ritirare la nostra missione militare dall’Iraq ben prima che ci pensasse il Governo Prodi, il processo di Costituzione europea si è interrotto non per colpa nostra, ma per l’esito dei referendum popolari di Francia ed Olanda. Ma i problemi non sono finiti, non per questo siamo tornati ad una politica estera equilibrata e condivisa, ci presentiamo invece sulla scena internazionale con le incertezze a tutti evidenti per i condizionamenti dell’estrema sinistra all’azione del governo Prodi. Si discute ancora sulle regole di ingaggio della missione militare da noi guidata in Libano, sui compiti di avanguardia o di retroguardia che dovrebbero avere i nostri soldati in Afghanistan, sull’allargamento della base USA di Vicenza.

Se i “saggi” dell’Unione avessero saputo in tempo della questione dell’estensione della base di Vicenza, probabilmente avrebbero preso posizione nel programma-lenzuolo che si sono dati nelle scorse elezioni. Invece sono stati presi in contropiede e si sono trovati nell’impossibilità politica e pratica di fermare un treno già partito con gli accordi internazionali pattuiti con gli USA dal precedente governo Berlusconi. Non restano che le proteste programmate per il 17 febbraio dall’estrema sinistra di lotta e di governo e l’amarezza di dover digerire quest’eredità del precedente esecutivo senza poterci fare niente. Il programma dell’Unione prevedeva sì una ridefinizione delle servitù militari ma con riguardo principalmente alla base nucleare USA de La Maddalena da cui presto gli americani si sganceranno di loro volontà. Della base di Vicenza e degli accordi raggiunti in proposito nessuno se ne era accorto. Al di là degli equilibrismi di un documento di compromesso come quello del programma dell’Unione era chiaro che al momento delle decisioni sarebbe venuto alla luce una divisione difficilmente recuperabile tra il centro-sinistra “moderato” da una parte e Rifondazione, Verdi e Comunisti italiani dall’altro. Non è bastato ribadire la formula prammatica di alleanza leale con gli USA o porre l’accento più sugli interventi civili di cooperazione che sugli interventi militari o addirittura porsi l’obbiettivo di arrivare ad una difesa autonoma europea. Sfugge agli utopisti di casa nostra che quest’ultimo obbiettivo, di per sé auspicabile, non è a portata di mano in tempi brevi e, ammesso che sia raggiungibile, non metterebbe comunque in grado l’Europa, a 25 o a 27 che sia, di agire unilateralmente nei vari teatri crisi presenti e futuri al pari degli americani. I rapporti di forza internazionali sono quello che sono e certamente non bastano per modificarli i velleitarismi della nostra sinistra.

Il super realista Ministro degli Esteri, Massimo D’Alema ha apertamente riconosciuto a proposito della maggiore area di crisi, quella del Medio oriente e dell’Iraq, che non si può prescindere dagli USA, dalla sua politica e dai suoi interessi globali anche nel caso che gli americani fossero costretti a ritirare il loro contingente militare dall’Iraq. A che servono dunque l’antiamericanismo di ritorno, il nostro provincialismo che arriva a suggerire al nostro principale alleato le linee guida di geopolitica persino nel lontano Afghanistan? Non servono certo a darci una nuova identità e a riaffermare la nostra affidabilità internazionale. Servono solo, ancora una volta, a rendere la politica estera un’appendice di quella interna.

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