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Occidente e Iran: il sentiero stretto di Obama

La politica della “mano tesa” non basta

Il soffocamento della democrazia dei diritti civili una delle zone più calde del globo

di Massimo Teodori - 29 giugno 2009

In questi giorni il mondo occidentale si interroga sul da farsi di fronte alla repressione di Teheran: se restare inerti davanti al soffocamento della democrazia e dei diritti civili nella repubblica islamica, oppure se mettere in cantiere un intervento per aiutare il popolo iraniano a liberarsi dell’oppressione dei fondamentalisti islamici.

Anche in passato, quando nella seconda metà del XX secolo sono esplose rivolte popolari per abbattere regimi totalitari, le democrazie occidentali si sono trovate ad affrontare un tale dilemma: nel 1956 a Budapest, nel 1969 a Praga, e nel 1989 sulla piazza Tiennamen di Pechino, sempre contro i dittatori rossi.

Quest’anno la novità occidentale è rappresentata dalla presidenza americana di Barak Obama che ha inaugurato una politica estera - definita della “mano tesa” – nel tentativo di aprire il dialogo anche con quegli Stati, tra cui l’Iran, considerati dal suo predecessore George W. Bush “canaglia”.

Ma i primi risultati dell’apertura enunciata con il discorso del Cairo sono stati negativi, prima per la risposta nucleare del Nord Corea, e poi per l’ostilità dimostrata dal vertice khameneista dell’Iran che ha assicurato con brogli elettorali la vittoria presidenziale all’integralista Ahmadinejad. E’ perciò che sotto la spinta dell’opinione pubblica internazionale e del voto del Congresso americano, Obama ha indurito il suo atteggiamento verso Teheran, deplorando la repressione contro i civili innocenti e ammonendo l’Iran che “nessun pugno di ferro è forte abbastanza da impedire al mondo di far da testimone al coraggio e alla dignità del popolo iraniano”.

Al di là delle dichiarazione, tuttavia, resta l’interrogativo sul che fare. E’ vero che Obama, il leader della superpotenza che più di tutti deve indicare la direzione da prendere, ha mutato atteggiamento passando dall’estrema prudenza alla condanna della repressione. Ma dopo questa presa di posizione, il presidente americano non ha messo in cantiere altri interventi più incisivi sulla situazione interna iraniana per aiutare il popolo del dissenso, trattenuto probabilmente da una realistica valutazione degli effetti.

Un intervento americano, infatti, anche se concordato con altri paesi europei, potrebbe fornire l’alibi agli ayatollah di Teheran per rinserrare i palazzi del potere, accentuare la repressione con la scusa del collegamento tra i rivoltosi delle strade e gli agenti stranieri, e quindi far scomparire le contraddizioni che sembrano aprirsi all’interno della casta clericale.

L’Iran, diversamente dall’Irak e dagli altri paesi arabi tribali, è una nazione complessa, sviluppata e di antica civiltà che vede oggi nella prima linea del movimento per la modernizzazione e la democrazia una gran quantità di giovani e di donne che, probabilmente, non si fermeranno neppure di fronte al bagno di sangue che gli autocrati stanno cercando di provocare a scopo intimidatorio.

L’America e l’Europa, inclusa l’Italia che ha ingenti interessi economici con l’Iran, dovranno camminare lungo lo stretto crinale che separa l’assenteismo dalla battaglia in cui si scontrano libertà contro totalitarismo, e l’interventismo dozzinale che susciterebbe effetti inarrestabili nello Stato che è a un passo dalla costruzione della bomba atomica.

E’ una strada difficilissima che tuttavia l’occidente deve saper trovare. Da essa dipendono due questioni che sono tra le più importanti sulla scena internazionale: la libertà di un popolo sottoposto alla più dura dittatura, e la prospettive di sicurezza e pace in una delle zone più calde del globo.

Pubblicato da “Il Tempo”, 27 giugno 2009

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