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Del declino di una classe dirigente

La politica dei morti viventi

Il mutamento dei sistemi politici altrove è realtà. In Italia è solo retorica nuovista

di Davide Giacalone - 27 aprile 2007

Sono anni ed anni che, in Italia, si parla di un “periodo di transizione”. Ma non transita mai, non cambia nulla e nessuno. Per conservare l’eterno uguale si è anche inventata la strategia del nuovismo: si prende un prodotto ed un politico vecchi, li si mette in una cosa inventata e che si definisce nuovo partito, così si spera di piazzarli ancora. In assenza d’idee ciascuno s’abbranca a qualche morto, anche a morti diversi che fra loro non erano conciliabili.

Questo spettacolo della politica italiana diventa tanto meno tollerabile quando altrove si dimostra che le rotture ed il cambiamento sono possibili.
Blair ha rotto ed innovato la sinistra inglese. Sarkozy fa la stessa cosa nel moderatismo francese. Nessuno dei due dipende dalle ideologie del secolo scorso, non leggono il mondo con le lenti colorate degli occhiali per bambini, e nessuno dei due, proprio per questo, è catalogabile secondo le stantie categorie di destra e sinistra. Quella è roba morta.

Abbandonato il mondo della lotta di classe, con il determinismo storico che portava con sé, abbandonata l’idea che si possa ricostruire un nazionalismo buono per il futuro, i problemi con cui fare i conti sono sempre gli stessi. I cittadini vogliono sicurezza e mostrarsi deboli con i criminali non è di sinistra, è da scemi, è inutile dire che il crimine può nascere dal disagio, serve affermare che chi delinque sarà punito. Questo si deve fare se non si vuole che le periferie, dove vivono i meno ricchi, non si trasformino in inferni. Si deve difendere la selettività della scuola per mantenerle il ruolo di ascensore sociale. Altrimenti comandano sempre i privilegiati. Mentre difendere la spesa pubblica improduttiva non è un vantaggio per i cittadini, ma un danno per i produttori di reddito. E volere un mondo dove i diversi convivano richiede che si spieghi ai terroristi che potrebbero morire oggi stesso.

Una politica che viva la contemporaneità può essere declinata in modi diversi, naturalmente, ma quella che ancora s’appoggia ai morti e se li litiga è morta anch’essa. Quella i cui viventi servirono morti ripugnanti è inguardabile. La crisi italiana è prima di tutto una crisi politica, di classe dirigente, di idee, con una sinistra reazionaria ed una destra sbandata. Nel mondo ci si litiga i mercati, non i cimiteri.

Pubblicato su Libero di venerdi 27 aprile

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario