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Un commento al libro di Giulio Tremonti

“La paura e la speranza”

Insieme, per vincere la crisi globale con una Nuova Bretton Woods

di Paolo Raimondi e Elio Lannutti* - 14 aprile 2008

Paura e speranza, ma anche coraggio e un po’ di egoismo. “La paura e la speranza. Europa: la crisi globale che si avvicina e la via per superarla” pubblicato recentemente dall’ex ministro dell’economia Giulio Tremonti per Mondatori, merita un attento esame per l’importanza degli argomenti e delle analisi che affronta. Bisogna dar atto a Tremonti di aver avuto il coraggio di porre al centro del dibattito la denuncia della globalizzazione finanziaria senza regole e fuori da ogni controllo e i devastanti effetti dell’esplosione delle bolle speculative, ponendo, non per primo ma primo fra gli uomini di governo internazionalmente conosciuti, la necessità di una soluzione globale, di un nuovo ordine economico concordato dai governi e dagli stati sovrani, cioè di una Nuova Bretton Woods.

Anche nelle numerose interviste concesse a corollario della presentazione del libro, Tremonti ammonisce di una nuova e più grave crisi simile a quella del ’29, che spezzò l’economia e la popolazione produttiva americana fino all’arrivo del presidente FD Roosevelt che rimise in corsa l’economia con una intervento pubblico molto mirato a favorire crediti agevolati per grandi investimenti in infrastrutture e in progetti di rilancio del lavoro e della produttività. Chiama la crisi “una Parmalat globale”, non congiunturale ma strutturale, noi diremmo più precisamente sistemica, per spiegare una crisi mille volte peggiore di quella sperimentata con la Parmalat, ma dove lì già emergeva il comportamento malato della finanza speculativa capace di emettere bond, carta senza valore, per miliardi di euro e poi, attraverso fondi complici e compiacenti, spalmarli su offerte complesse di investimento da piazzare a tutta la cittadinanza di risparmiatori, lavoratori e piccoli imprenditori quasi sempre inconsapevoli del rischio. Titoli vuoti di valore per centinaia di miliardi di dollari, che attraverso l’effetto leva, hanno generato migliaia di miliardi (i famosi trilioni) di prodotti finanziari derivati. Occorre sapere che, anche secondo i dati ufficiali della Banca dei Regolamenti Internazionali di Basilea, i soli derivati finanziari Over the Counter (OTC), cioè gestiti dalle banche fuori mercato e fuori bilancio, hanno raggiunto un valore nozionale totale di oltre 600.000 miliardi di dollari. E il loro tasso di crescita annuale è stato del 20-25%. La “tecno-finanza” menzionata dall’autore.

Tremonti chiama questa degenerazione del sistema economico “mercatismo”, cioè la realizzazione di una rivoluzione, di una utopia, in realtà di una dittatura, del mercato, il nuovo dio capace di tutto regolare e sovrintendere. Ma è proprio questo mercato utopico, senza regole e senza controlli, che ha generato il mostro della speculazione fine a se stessa che ha fagocitato l’economia reale. Lo chiama mercatismo per distinguerlo dal liberismo economico che l’ex ministro venera ancora come la “vera dottrina”. E dice che questa degenerazione è avvenuta perché, con la caduta del muro di Berlino, l’ideologia comunista si è fusa e impossessata del liberismo mercatista! Suona un po’ come l’ossessione di Berlusconi che vuole vedere comunisti nascosti dietro ogni angolo. E qui Tremonti incomincia ad arrampicarsi sui vetri per poter far corrispondere alcune medicine sbagliate a un’analisi corretta. Infatti, per incominciare l’autore vede erroneamente emergere la crisi nella sua gravità solamente nei passati 10-15 anni.

In realtà dovrebbe essere chiaro ad un economista attento che la valanga speculativa era partita ufficialmente il 15 agosto 1971, una data ignorata nel libro, quando il presidente Nixon, con i suoi collaboratori George Shultz e Henry Kissinger, rispose all’aumento del debito e alla crisi del dollaro sganciando la moneta statunitense dal valore delle riserve auree. L’oro non aveva funzioni magiche, ma serviva ad ancorare il valore del dollaro, moneta utilizzata anche nel commercio mondiale e nelle operazioni di credito internazionale, a qualche cosa di reale. Da quel momento la Federal Reserve ha potuto stampare tanti dollari quanti ne riteneva necessari, solamente sulla base di una sua decisione insindacabile. Il sistema monetario abbandonò così il legame con le riserve auree e passò da tassi fissi a un sistema a tassi variabili, perdendo ogni riferimento preciso e utile per le decisioni economiche. Il solo riferimento era diventato il dollaro, il cui valore e le cui variazioni da quel momento avrebbero fatto il bello e cattivo tempo sia in America che nel resto del mondo. E il mondo è stato prima inondato da dollari di carta e poi da dollari virtuali nella forma di derivati e altri strumenti finanziari esotici.

Inoltre il materialismo storico di stampo marxista, che secondo Tremonti guida il mercatismo, storicamente è stato in realtà l’altra faccia della medaglia del liberismo inglese. Ne è stata la versione più radicale, ma pur sempre frutto dei padri della scuola liberista come Malthus, Locke, Adam Smith. Fu la Rivoluzione Americana invece a sfidare sia sul campo politico delle idee e dei valori che sul campo economico l’ideologia liberista e il suo alleato più fedele, il colonialismo. La Dichiarazione di Indipendenza e la Costituzione americana sono la dimostrazione di questa grande sfida di libertà dal liberismo, cosa che anche Marx non seppe cogliere, preferendo restare nella visione di un “capitalismo di Manchester”, brutale sfruttatore, a cui opporsi. Nella sua analisi poi Tremonti fa una giravolta spettacolare ma veramente insidiosa. Si, la crisi è globale, ma noi siamo qui in Europa che è sotto attacco, in particolare dalla Cina. La lunga storia, durata fino a ieri, del colonialismo liberista europeo, e poi anche americano, di colpo scompare senza lasciare macchie, ed emerge invece il mostro rappresentato dal mondo dei poveri e dei salari bassi pronto ad invaderci. Tremonti identifica la data dell’11 dicembre 2001, quando la Cina aderisce al World Trade Organization, come l’inizio della fine dell’Europa che sarà invasa, lo chiama un colonialismo di ritorno, da merci e uomini. In realtà il problema non sta nella adesione cinese, bensì nei termini globali del trattato del WTO del 1994 che di fatto sottoponeva l’intera economia mondiale alla dittatura finanziaria. Quello che si dovrà fare nel contesto della Nuova Bretton Woods sarà anche la definizione di un accordo commerciale giusto ed equo per lo sviluppo di tutti i paesi e popoli, senza furti di materie prime, senza prezzi e tassi di interesse usurai, e anche senza dumping commerciale. Si dovrà in particolare definire e finanziare grandi progetti di portata continentale attraverso la cooperazione di più economie nazionali nei settori delle grandi infrastrutture dei trasporti, dell’energia, della ricerca, dell’ecologia moderna. Grandi progetti che uniranno gli sforzi di più continenti e popoli per affrontare insieme e pacificamente le grandi sfide epocali.

Sospinto da questa paura un po’ indotta, Tremonti riscopre le “radici giudaico-cristiane” dell’Europa. Parla di “noi-altri”. L’Europa (noi), con “la sua identità e i suoi valori”, non deve essere “conquistata” dall’ondata di immigrati e dalle loro culture (gli altri), dice, anche rischiando “confronti e conflitti con altri sistemi” Si dovrebbe ricordare, visto che ne cita anche un libro, che questa formula del “noi-altri” era stata coniata dal filosofo tedesco Carl Schmitt, che fu anche fautore delle dittatoriali “leggi di emergenza” di Hitler nel 1934. Tremonti lo dice con toni più pacati e gentili, ma queste affermazioni ricordano le invettive anti islamiche e un po’ razziste dell’Oriana Fallaci dopo l’11-9 o quelle di certi ambienti della Lega. C’è un trend di “conversioni alle radici” di personaggi che con la religione non hanno mai avuto niente a che fare, come il Prof. Marcello Pera, che improvvisamente scoprono la carta religiosa di fatto come arma in un teorizzato “scontro di civiltà”. Con questa “paura” mista a forme di egoismo, Tremonti rischia di svilire la novità positiva che c’è nella sua disanima della crisi e anche nella proposta di una Nuova Bretton Woods.

La Nuova Bretton Woods, un accordo tra i governi e gli stati del mondo per definire un ordine economico globale di sviluppo e cooperazione equa, come avvenne nella conferenza del 1944 tenutasi nel paesino di Bretton Woods nel New Hampshire per ricostruire un’economia distrutta dalla seconda guerra mondiale, presuppone una disponibilità al dialogo e allo sviluppo reciproco. Nel 1944 venne lasciata fuori l’Unione Sovietica per le ragioni di scontro anche ideologico, anche se Mosca era stata molto attiva nella preparazione dell’accordo. Oggi, chi si vorrebbe lasciar fuori? La Cina? Il mondo islamico? Oppure l’America? In un mondo globalizzato ci deve essere un posto di rispetto e di benessere per tutti, a meno che non si voglia ripercorrere la strada del conflitto.

“Difendiamo la nostra produzione”, esclama poi Tremonti. Si, ma non con i dazi che sono la morte della nostra economia. Questa si deve basare sull’innovazione, sulla ricerca scientifica e tecnologica che meritano promozione e sostegno. E’ la qualità del lavoro, dell’impresa e dell’amministrazione dello stato, che insieme fanno sistema, che “proteggono”, che creano una spazio importante per l’economia italiana nella divisione del lavoro del mondo. Mentre da noi si parla di dazi, la Germania, che non è esente dalla crisi, anzi, le sue banche sono molto più esposte alla crisi finanziaria di quelle italiane per gigantesche operazioni in derivati, nel 2007 ha messo in moto il sistema della tecnologia tedesca nel mondo, producendo un surplus commerciale di 200 miliardi di euro! E fino a pochissimi anni fa l’export tedesco era in gravi difficoltà. Nella Nuova Bretton Woods si dovrà, insieme, definire anche le regole del commercio mondiale, valide per tutti e rispettate da tutti, che dovranno sanzionare tutte le degenerazioni economiche, come ad esempio le definizioni monopolistiche dei prezzi o le violazioni dei diritti umani e civili dei lavoratori e dei cittadini.

Tremonti spezza una lancia a favore di un ruolo positivo dello Stato anche in economia. Merita un plauso. Nei passati trenta anni lo Stato è stato denigrato con abili campagne mediatiche affinché abbandonasse appunto l’economia e la finanza nelle mani di banchieri e finanzieri privati, spesso senza scrupoli. La “mano invisibile” del mercato avrebbe poi regolato saggiamente ed equamente tutto, dicevano. In realtà abbiamo visto invece bolle speculative crescere come metastasi di un cancro. Oggi però le stesse banche e finanziarie in crisi di bancarotta bussano alla porta delle istituzioni dello Stato per chiedere miliardi di euro di sostegno. Il governo britannico ha salvato la banca Northern Rock, quello francese la Societé Générale, quello americano la Bear Stearns e la Banca Centrale Europea solamente in poche settimane tra novembre e dicembre 2007 ha immesso 527 miliardi di euro di liquidità a sostegno di mercati e di banche in crisi. Sono tutti soldi che provengono dai bilanci pubblici dove contribuiscono i cittadini con le loro tasse e le loro attività produttive. Lo stato ha invece un ruolo insostituibile nel definire progetti di importanza economico-sociale e in investimenti di lunga gestazione dove il privato non andrà mai ad investire, ma da cui anche il privato imprenditore trae enorme vantaggio. Oltre alla scuola, sanità, cultura, R&D, grandi infrastrutture, settori strategici, dove lo stato ha un ruolo importante anche se non esclusivo, noi aggiungiamo anche un compito che Tremonti non evidenzia, e cioè il ruolo di generatore di credito a basso interesse e a lungo termine a sostegno e promozione dei grandi progetti menzionati. Ancora, l’economia la si “protegge” promuovendola, e non bloccando le frontiere con dazi e tariffe.

Una nuova Bretton Woods quindi sarà il momento in cui rappresentanti di stati e di governi si siederanno intorno a un tavolo per definire l’architettura di un nuova sistema economico, commerciale, monetario e finanziario mondiale. Si dovranno definire regole e controlli accettati da tutti e da tutti fatti rispettare. Non potrà che essere un accordo dove tutti gli stati avranno un posto, un riconoscimento e una prospettiva di crescita e di sviluppo. Tremonti nel capitolo conclusivo sulle “Proposte concrete” presenta alcune idee e progetti molto condivisibili, tra cui una emissione di euro obbligazioni per finanziare infrastrutture e grandi progetti produttivi, il famoso “Piano Delors”. Manca però un punto essenziale in tutta la sua costruzione: cosa fare dei derivati, delle bolle speculative e in generale della speculazione. E’ su questo punto che lo scontro è e sarà di una durezza e di una violenza inimmaginabile. La nuova Bretton Woods non ci sarà mai se non ci sarà un accordo su come neutralizzare ed eliminare la bomba atomica della finanza speculativa e in particolare dei derivati finanziari. Tremonti ha voluto forse fare un passo alla volta temendo di essere messo all’indice se avesse affrontato di petto questa speculazione che è poi la vera causa della crisi. In ogni modo non si potrà evitare lo scontro con la finanza speculativa. E qui ritorna in scena il ruolo dell’autorità degli stati sovrani.

Sarebbe stato opportuno per Tremonti menzionare ad esempio l’iniziativa presentata dall’On. Mario Lettieri, allora parlamentare della Margherita, oggi Sottosegretario alle Finanze, che, insieme a chi scrive, aveva elaborato una mozione per una Nuova Bretton Woods, appoggiata da 50 parlamentari di tutti gli schieramenti e approvata dalla Camera dei Deputati il 6 aprile 2005. La mozione anticipava la crisi globale, indicando nelle operazioni speculative in derivati una delle cause principali della crisi, suggerendo un percorso istituzionale e internazionale da seguire per arrivare a definire congiuntamente una nuova architettura del sistema monetario e finanziario globale. La gravità della crisi e l’impegno di riforma sono troppo importanti e gravidi di grandi implicazioni strategiche perché si riducano ad una questione ideologica o di colore politico. Non possono essere merce elettorale o strumenti per polemiche televisive spicciole. Dobbiamo invece con Tremonti, con Lettieri e con chi ha un senso di responsabilità nei confronti dello stato e dei cittadini definire dei percorsi nazionali e internazionali capaci di creare le condizioni di dialogo e di competenze per realizzare questa Nuova Bretton Woods.

*Paolo Raimondi, economista, Presidente Associazione “Diritti Civili – Nuova Frontiera” con Elio Lannutti, Presidente associazione consumatori ADUSBEF

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