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Conferme dal voto di Catania

La partita si gioca al centro

Tecnicamente chiuso ma politicamente aperto, il confronto si vince sulle astensioni

di Antonio Gesualdi - 18 maggio 2005

La mappa politica dell'Italia dell'ultimo mezzo secolo non si smentisce mai: la Sicilia resta una roccaforte del centro-destra e hanno fatto bene Berlusconi e suoi affini a puntare su Catania. Peccato per loro che la Sicilia non è tutta l'Italia così come, per Prodi e compagni, le regioni del Centro non rappresentano tutta l'Italia. Dunque ripetiamo quanto andiamo dicendo da mesi: la partita politica per il 2006 è tecnicamente chiusa, ma politicamente aperta. Ovvero il centro-sinistra potrà tranquillamente vincere, ma il centro-destra ha ancora delle carte da giocare (leadership, tipo di candidato, eventuale scheda unica, tipo di agglomerato tra i partiti ecc.).

Chi deciderà le sorti del Paese saranno quegli elettori che a Venezia hanno preferito Cacciari all'estremismo di Casson e che a Catania hanno sparpagliato il voto, ma tutto nel centro-destra, e non si sono astenuti. Ma i veri decisori sono quel 70% di elettori che ha già deciso! In un seminario di politologi e politici proposto da Italianieuropei, Giacomo Sani sostenne che "il centro resta uno spazio politico molto popolato, intorno al 20/25% degli elettori totali." La stima è che si tratti di circa 5 milioni di voti. Paolo Segatti notò che il centro è sempre più spesso il luogo del disimpegno. «Oggi c´è un 41% degli elettori che si definisce "non vicino nè ai partiti né alle coalizioni". Di questi "non vicini", il 24,7% si definisce di centro... Tra il 2001 e il 2004 è l´area politica che si è rivelata più mobile e che oggi, nel 40% dei casi, si dichiara "insoddisfatta" del governo Berlusconi». Ilvo Diamanti chiosò che si tratta di un bacino "non di moderati ma dell'antipolitica."

Paolo Natale confermava: «sono gli out-cast, il regno dei non-collocati».

Nando Pagnoncelli di Ipsos, e Piergiorgio Corbetta dell´Istituto Cattaneo, tratteggiano il consueto identikit: «Sono gli astensionisti "da apatia": donne anziane, con più di 70 anni, persone senza o con titoli di studio inferiori, studenti inoccupati, adulti disoccupati. Il 28% sono casalinghe. Insomma, siamo nell´area della marginalità sociale». «Il 44% dei non-collocati - dice Pagnoncelli - non apprezza quanto ha fatto finora il governo, ma quasi cinque non-collocati su 10 ritengono che il centrosinistra non abbia finora presentato proposte alternative...». Ma tra quei cinque si auto-collocò anche Massimo D'Alema che, concluse il dibattito dicendo: «Negli elettori di frontiera, più che il moderatismo, esiste ancora l´anticomunismo. Berlusconi l´ha capito. Noi, per invertire la tendenza, dobbiamo imparare a non spaventarli. La radicalizzazione eccessiva ci penalizza, proprio perché risveglia questo substrato anticomunista. Avere toni di moderazione sicuramente ci giova. Per il resto, conta la forza della nostra offerta politica complessiva. L´elettore moderato che pensa di votare per noi vuole sentire che dice Bertinotti, non quello che dice Rutelli...». Già, lo schema è di lungo termine: le regioni rosse bloccano il sistema politico italiano e la traduzione ideologica è comunismo/anticomunismo.

Questa cosa, che si chiama valori e principi e visione della vita, interessa e viene vissuta anche da coloro che votano e il cui voto vale tanto quanto quello di altre categorie, e che i sondaggisti continuano a identificare in poco alfabetizzati, inoccupati, casalinghe, donne anziane eccetera, eccetera. Questi nostri concittadini sanno distinguere molto bene l'uguaglianza dall'ineguaglianza, la giustizia dall'ingiustizia, la libertà dall'autoritarismo. E scelgono anche se hanno 70 anni e non sono andati all'università e percepiscono una pensione per aver passato la vita a lavorare.

I problemi di Berlusconi oggi, sono i problemi di tutti i partiti conservatori europei e rientrano nello schema che Mario Caciagli ha usato per spiegarci la dissoluzione dell'Ucd in Spagna. L'esigenza di questo tipo di partito di essere interclassista, mediatore degli interessi dominanti che porta a contrasti tra fazioni, anime e gruppi di potere. In ogni partito conservatore esistono diverse anime: liberal-borghese, nazional-borghese, populista, clientelare e confessionale. Le fazioni e i gruppi di potere agiscono in un equilibrio interno precario e la disciplina di partito non è molto praticata. Gli iscritti sono raramente dei veri militanti e i legami di fedeltà appartengono piuttosto ai singoli leader. Il leader nazionale può contare solo su se stesso e i suoi fidi. Si tratta di partiti pragmatici, ma che hanno bisogno di una forte ideologizzazione nelle fasi di crisi. In Italia, essendoci una forte presenza comunista, per le leadership di centro-destra è, paradossalmente, più facile uscire dalle crisi sbandierando l'anticomunismo.

Alcuni leader politici spagnoli dell'Ucd, dopo l'implosione del loro partito, ammisero cose di questo tipo: "un non-partito... una somma di interessi, di aspiranti e di difensori di cariche, professionisti del potere, incapaci di proporre alcunché al paese". "I conflitti erano frutto delle ambizioni di potere, le differenze ideologiche vennero utilizzate prevalentemente come pretesto e costituirono la bandiera con la quale si coprivano gli scontri personali".

Joaquìn Garriguer, capo dei liberali, nel 1979 ebbe il coraggio di dire: "Quello che tutti pretendiamo è di sederci nella poltrona di Suarez. Il fatto è che, sebbene quasi tutti lo pensiamo, solo qualcuno si azzarda a dirlo".

Dopo Catania (che non è l'Italia; si sarebbe ottenuto lo stesso effetto in altre città) più nessuno avrà il coraggio di dire a Berlusconi che deve farsi da parte? Se così sarà, allora, per un Aznar italiano ci vorrà un altro decennio.

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