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Ripartiamo dalle riforme

La partita fiscale

Non si rivoluziona il fisco conservando inalterata la spesa pubblica corrente

di Davide Giacalone - 11 gennaio 2010

Quello fiscale, per il centro destra, non è un tema come gli altri. Ha a che vedere con l’identità, con l’esistenza stessa di questa formazione politica. Anche gli elettori di centro sinistra, che non sopportano molti aspetti, personali ancor prima che politici, della parte avversa, quando la vedono al governo sperano: che almeno abbassino le tasse, come hanno sempre promesso.

Prima che tutto si riduca, nella banalizzazione del racconto politico, ad uno scontro fra i desideri di Berlusconi e le responsabilità di Tremonti (di cui già si vedono le avvisaglie, sui giornali), sarà bene mettere a fuoco i problemi, talché ciascuno possa farsi idee non campate per aria e non nutrite di sola propaganda.

Ci sono, infatti, due ordini di questioni: una relativa al sistema e l’altra alla pressione fiscale. Per intenderci: si può fare una riforma fiscale, senza far scendere la pressione, così come si possono abbassare le tasse, senza cambiare il sistema. Sarebbe bello riformare ed abbassare, ma è complicato. Perché c’è il debito pubblico da onorare, ci sono 8 miliardi di euro da immolare sull’altare degli interessi passivi. Ma è comunque difficile, se non si mettono le mani dentro la spesa pubblica, che è per la grandissima parte corrente.

Se non avessimo debiti e facessimo calare le tasse, ma non cambiassimo la natura della spesa pubblica, otterremmo solo di spendere in deficit, cominciando ad accumulare debito per il futuro. Già fatto, in un certo senso. Se non si apre il capitolo delle riforme strutturali, dal mercato del lavoro alla scuola, dalla giustizia alle comunicazioni, se non si rilancia la produttività, la pressione fiscale resterà funzione dei bisogni dell’erario, i quali saranno anelastici perché impossibilitati a governare e ridurre le uscite. Aprire quel capitolo, però, significherebbe far del gran bene al Paese, specie ai più giovani, ma, anche, scatenare la reazione di chi si giova della conservazione. Ha, il governo, la determinazione e la coesione per far questo? Ne dubito.

E se questi sono i vincoli relativi alla pressione, anche il terreno della riforma fiscale non è poi così liscio. Ci siamo assestati in un non virtuoso equilibrio: alta tassazione e alta evasione. Continuiamo a taglieggiare il contribuente, che, però, si dimostra progressivamente sempre più povero. Quelli che non scappano al fisco sono i redditi da lavoro dipendente, gli stessi che ci piazzano nel fondo delle graduatorie europee. Siccome non mi pare si sia diventati un popolo di miserabili, è evidente che l’altra parte dei redditi ci porrebbero nella parte alta di quelle stesse classifiche, se solo fossero interamente dichiarati.

Se riformare il fisco, a pressione sostanzialmente invariata, significa spostare il peso dal lavoro dipendente a quello autonomo, non c’è da attendersi l’applauso del “popolo delle partite iva”, il quale, oltre tutto, avrebbe anche ragione di lamentarsi, visto che non dispone di nessuno degli ammortizzatori sociali che, invece, i dipendenti hanno. Se il peso lo si sposta dai redditi ai consumi, si rischia di strozzare sul nascere la ripresa, disincentivando le famiglie dall’aprire il borsellino.

Tutto questo lo scrivo per sostenere che, in realtà, la riforma e l’abbassamento delle tasse o le si fanno assieme o non le si fanno, perché troppi sono i vincoli di cui tenere conto. O si rompe il blocco, oppure lo si bilancia. Nella natura costitutiva del centro destra c’è la rottura. Nella pratica di governo, però, s’è optato per l’equilibrismo, tant’è che, dal 1994 ad oggi (con legislature governate a turno), la pressione fiscale è cresciuta, di tre punti, non diminuita.

L’anno che abbiamo alle spalle, anno di recessione, è stato gestito con prudente saggezza, e va riconosciuto a Tremonti d’essere stato guardiano occhiuto dei conti pubblici. Ha fatto bene. Meno positiva è stata l’opposizione, di quasi l’intero governo, a riforme come quella degli ammortizzatori sociali, delle pensioni e del mercato del lavoro. La tesi era: in un momento difficile, non si devono alimentare le paure. La vedevo in modo diverso: in un momento difficile, si dia più spazio alle speranze. Adesso sembra che siano pronti al rilancio, sul terreno fiscale, come qui si è molte volte chiesto. Bene.

Però, affinché non siano solo parole perse, in vista di una scadenza elettorale, occorre che sia chiara una cosa: non si rivoluziona il fisco conservando inalterata la spesa pubblica corrente, non si riduce la quantità di ricchezza (circa la metà) intermediata dallo Stato conservando intatte le garanzie che la spesa pubblica offre. Perché a forza di volere botte piena e moglie ubriaca si spilla e non ci si diverte, ritrovandosi, alla fine, con la botte vacante e la moglie vociante. E son dolori.

Pubblicato da Libero

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