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Come volevasi dimostrare: il referendum è morto

La parodia della democrazia diretta

La politica, s’è degradata a mera contrapposizione fra <i>anti</i> qualche cosa, o qualcuno

di Davide Giacalone - 23 giugno 2009

Come, purtroppo, volevasi dimostrare: il referendum è morto. Ha votato solo un italiano su cinque, battendo i record del 2003 e del 2005, quando un quarto dei cittadini si scomodò per le servitù coattive o la procreazione assistita. In quest’ultimo caso si attivarono le gerarchie ecclesiastiche, invitando all’astensione, mentre adesso non c’è stato bisogno di alcuna sollecitazione. Per essere sicuri del fiasco, oltre tutto, si sono buttati al vento dei quattrini, allestendo un gran teatro di fine giugno, senza né attori né spettatori.

Dal 1997 ad oggi il quorum è mancato 25 volte, come a dire che alla grande maggioranza degli elettori italiani non sono sembrate altrettante occasioni per far contare le loro opinioni. Neanche hanno avuto tutti i torti, visto che, pochi anni prima, avevano votato in tantissimi e si erano massicciamente schierati a favore del cambiamento di roba che, mutando solo il nome, è ancora lì. Esempi? Il finanziamento pubblico dei partiti, il ministero del turismo, quello dell’agricoltura, la privatizzazione della Rai, e via andando, senza dimenticare la responsabilità civile dei magistrati.

Il popolo vota, privilegiati e
corporativizzati fremono, il legislatore rimedia e tutto prosegue come se nulla fosse. Se l’astensione cresce, quindi, non è tanto per il disturbo di andare al seggio, quanto perché c’è un limite all’essere presi in giro.

Il quorum è mancato ogni volta che la gran parte dei partiti, per evitarsi problemi successivi, ha suggerito ai propri elettori di starsene a casa, o, con formula ipocrita e vile, ha lasciato loro “libertà di coscienza” (come se la coscienza attendesse d’essere autorizzata, per accedere alla libertà!).

Il gregge elettorale, insomma, segue i pastori, ma s’accontenta anche dei cani che quelli lasciano a far le veci. Del resto, si può capirlo: nel 1991 e nel 1993 si tennero due referendum sui sistemi elettorali (di assai dubbia costituzionalità) che assunsero un inequivocabile significato antipartitico.

Il risultato fu plebiscitario, segnalando un malessere profondissimo dell’elettorato, che rese possibile il colpo di mano giudiziario. Quale fu l’esito? Chiusero i battenti i partiti che avevo creato ed amministrato la Repubblica, e li aprirono partiti senza storia, spesso senza idee, talora proprietà privata, con neanche la pregressa parvenza di democrazia interna. Con segreterie in grado di scegliere non solo i candidati, ma direttamente gli eletti. Dopo la referendaria rivolta contro i potentati politici, insomma, i cittadini elettori contavano meno di prima.

Anche questa volta, inoltre, l’eventuale vittoria degli abrogazionisti, sparsi nei due schieramenti, non avrebbe risolto nulla, ma avrebbe imposto la necessità di rimettere mano al sistema elettorale. Era un gioco di sponda, insomma, come avvertimmo fin da quando si raccoglievano le firme. Solo che la sponda s’è abbassata e la palla è andata a rotolare lontano. L’effetto, a questo punto, sarà il contrario di quel che volevano, allontanando la riforma.

Gioiscono i piccoli partiti, ma è una gioia o beota o profittatrice. Non si salvano, difatti, le piccole case della politica, ma i condomini del ricatto. Per chi è cresciuto, come me, seguendo l’esempio di Ugo La Malfa e Giovanni Spadolini non è certo la stazza elettorale a far lo spessore dei pensieri, ma consentendo il premio di maggioranza in capo alle coalizioni, come prevede l’immutata legge attuale, non si salvano spazi per chi ha da proporre idee, ma per chi ha da imporre se stesso.

S’è lasciato aperto il mercato secondario, quello che consente d’elemosinare qualche seggio in nome di partiti che furono gloriosi, e che ora svendono il mobilio. Ed è rimasto intatto il meccanismo per cui, nella coalizione, non mena la danza chi prende più voti, ma la minoranza della maggioranza. Festeggiano, insomma, Di Pietro e la Lega, mentre quelli che dicono di volere i partiti unici, a “vocazione maggioritaria”, hanno dimostrato la naturale inclinazione, la spontanea attitudine, l’incontenibile predisposizione a dire una cosa e farne un’altra.

In queste condizioni, non è difficile capire perché gli italiani hanno preferito andare al mare, anche sotto la pioggia. Il guaio, serio, è che l’istituto del referendum paga l’essere stato ridotto a burletta. Per essere resuscitato si dovrebbe aumentare le firme necessarie a convocarlo e diminuire considerevolmente il quorum. Ma non lo faranno, quindi s’avvii l’inumazione. Che riposi in pace e che non ci si disturbi più con la parodia della democrazia diretta.

La politica, ahinoi, s’è degradata a contrapposizione fra “anti” qualche cosa, o qualcuno, e la democrazia è divenuta il rito che conteggia i voti, per indicare vincitori che potranno anche dividersi e non governare. E lo chiamano bipartitismo maggioritario. Ma va là.

Pubblicato da Libero di martedì 23 giugno 2009

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