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Ragioni e torti della manovra economica

La pagella di Tremonti

Da dieci e lode a zero spaccato. Tutti i voti della nuova finanziaria

di Enrico Cisnetto - 20 giugno 2008

Il Foglio si domanda se il “ganzo Tremonti” abbia torto o ragione nel ritenere necessario “più governo”, essendo sempre meno possibile “più mercato”. Io proverei a rispondere così: ha ragione nel chiedere “più Stato” – nel senso di capacità di decidere, di fornire al Paese indirizzi strategici – e nel considerare il mercato una condizione necessaria ma non sufficiente dello sviluppo; rischia di avere torto nel considerare impossibile introdurre nuove quote di mercato – con relative liberalizzazioni e privatizzazioni – e nel concretizzare quel “più governo” non nell’uso della politica industriale bensì solo di quei fattori della crescita che attengono al mercato del lavoro; ha sicuramente torto quando sceglie simbolicamente di essere punitivo nei confronti di alcuni interessi per dimostrare che il centro-destra sta dalla parte del popolo e non dei padroni.

Ora, se questo è lo schema, si tratta di valutare in quale dei tre giudizi si iscrive la Finanziaria “nuova” voluta dal ministro dell’Economia. La risposta anche in questo caso è articolata. Se la si guarda sotto il profilo metodologico – via l’inutile Dpef, anticipo della Finanziaria e sua impostazione triennale – la manovra è da dieci e lode. Voto che si replica per la sua totale rispondenza alle richieste dell’Europa, e non perchè esse siano giuste per definizione, ma perchè l’Italia del declino non si può permettere di fare a braccio di ferro con Bruxelles, magari rischiando di essere messa fuori dall’euro.

Il voto scende poi poco sopra la sufficienza se si giudicano i singoli provvedimenti, media tra alcune cose molto buone – dai piani energetici, nucleare in testa, all’abolizione del divieto di cumulo tra pensione e lavoro, passando per le misure finalizzate a recuperare produttività nella pubblica amministrazione – e altre decisamente negative, come la tassa “rifondarola” (nel senso di comunista) che toglie ai presunti ricchi per dare ai presunti poveri. Infine, il voto diventa zero spaccato se si assume come parametro di giudizio l’efficacia della Finanziaria in relazione all’emergenza economica. Qui zero è il contributo al pil, e a zero rimane la crescita prevista per quest’anno. Per questo domando al “ganzo Tremonti”: ma a che serve mettersi di traverso al “pum - pensiero unico mercatista”, con tutto quello che ne consegue in termini di anatemi politico-culturali che si devono subire (il sottoscritto ne sa qualcosa) se poi si rinuncia a fare una politica economica dal lato dell’offerta anziché da quello della domanda, così come si rinuncia ad agire sul piano dei settori per invece indulgere sul terreno dei fattori produttivi?

Non me ne importa di criticare Tremonti perchè alcune sue scelte possono essere di sinistra – l’equità – o sembrarlo –“anche i ricchi piangono” – ma perchè non coglie che il problema dei problemi del Paese è il declino economico, e che per fronteggiarlo, proprio nel momento in cui finalmente si abbandona lo schema ideologico liberista, sta in una riscoperta di una politica neo-keynesiana, seppure rivista e corretta alla luce dei cambiamenti epocali imposti dalla globalizzazione e dalla rivoluzione tecnologica. Tradotto, significa rilanciare in modo massiccio gli investimenti pubblici e privati, sia mettendo mano al meccanismo incentivi-disincentivi, sia usando la leva del project financing, sia liberando risorse attraverso operazioni di tipo straordinario, come gli spin-off di immobili della pubblica amministrazione da mettere sul mercato con il vincolo di mantenerne la destinazione d’uso. Inoltre, sarebbe colmare il gap infrastrutturale facendo convenzioni attraverso convenzioni con i maggiori player dei principali settori: per esempio, perchè non utilizzare l’occasione della ridefinizione delle convenzioni autostradali per allargarle dalla gestione delle tratte esistenti alla realizzazione di nuove, assicurando aumenti tariffari tanto più convenienti quanto più le concessionarie s’impegnano a investire in nuovi chilometri di autostrade?

Insomma, ci vogliono ingenti risorse per fronteggiare il declino, e il compito di un governo che voglia rompere con la vecchia politica economica della sinistra, giocata tutta sul lato delle entrate, è quello di reperirle – facendo interventi strutturali sulla spesa pubblica (sanità, pensioni e assetto pletorico dello Stato) – e metterle al servizio di un grande progetto di ridefinizione strategica e rilancio del Paese. Per far questo occorre chiarezza di idee, determinazione, fantasia e libertà dai vincoli ideologici. Su quest’ultima condizione Tremonti è stato davvero “ganzo”, e gliene va dato merito perchè non è mai facile muoversi controvento. Ma è necessario andare oltre, perchè la società italiana sta avvitandosi su stessa e ha bisogno di rifarsi dei traguardi. De Rita dice che è bene che sia finita la “stagione dell’ansia da scontro”, durata 15 anni, perchè il ceto medio vuole essere rassicurato.

Giusto: occorre mettere a fuoco un modello di relazione politica e sociale che sappia far fronte, con il dialogo, ad una società complessa e frammentata come la nostra, senza per questo riesumare la vecchia logica consociativa e senza rinunciare a valori della modernità quali il dinamismo, la flessibilità, la mobilità, il merito. Ma non può essere Robin Hood il simbolo di questo passaggio, togliere ai ricchi per dare poveri non ha mai fatto la modernità di nessuna società.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario